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4 Giugno Giu 2011 0944 04 giugno 2011

Una generazione condannata dalla globalizzazione

Sarà la disoccupazione il tema centrale della lunga campagna elettorale già cominciata negli Stati Uniti. Da una parte i democratici, che spingono per una politica attiva da parte del governo (investimenti in infrastrutture, ricerca, scuola, università…) dall’altra la destra radicale dei Tea Party, che vorrebbero espellere lo Stato dall’economia (e dalla vita degli americani). “Il governo è il problema, non la soluzione”, diceva Ronald Reagan. Sembra già tutto scritto, ma non è così. Comunque vadano le elezioni americane, c’è qualcosa di nuovo sotto il sole. Vent’anni di globalizzazione hanno cambiato in modo radicale i termini del problema. C'è un'intera "generazione perduta" in Italia che vive questo dramma.
A questo proposito Foreign Affairs ha pubblicato un articolo (firmato da Michael Spence, premio Nobel per l’Economia nel 2001) che vale la pena di leggere. Spence suggerisce che dovremo abituarci a convivere con alti livelli di disoccupazione, conseguenza (quasi) inevitabile della globalizzazione.
Spence sostiene che fino a una decina di anni fa gli effetti della globalizzazione sono stati largamente positivi sia per i paesi ricchi sia per i paesi in via di sviluppo. Le produzioni a minor valore aggiunto sono state trasferite verso i paesi poveri e questo ha contribuito a creare nuovi mercati e a far dimunuire il prezzo delle merci nei paesi ricchi. È stato uno scambio in cui tutti hanno tratto profitto. Ma a un certo punto le cose sono cambiate. Paesi come India e Cina hanno puntato in alto nella catena del valore aggiunto, e hanno cominciato a vendere prodotti e servizi che fino a pochi anni fa erano esclusiva dei paesi avanzati. E questo ha cambiando le regole del gioco.
Dal dopoguerra crescita e occupazione sono state due sentieri paralleli. Se aumentava il Pil, salivano i posti di lavoro. Ma oggi crescita e occupazione cominciano a divergere. Non migrano solo i posti di lavoro di basso livello, ma anche quelli delle fasce più alte. Le economie emergenti diventano dominanti in settori che fino a ieri erano riservate alle economie più avanzate: servizi IT, farmaceutica, progettazione e produzione di semiconduttori. La Cina si appresta a diventare leader nel nucleare e nelle energie rinnovabili. L’India vanta primati nel software.
Per effetto di queste tendenze, nei paesi avanzati si vanno sviluppando due economie parallele: da una parte quella dei servizi “non esportabili” (in pratica il pubblico impiego e la sanità) dove i posti di lavoro continuano a crescere (anche se in modo limitato), dall’altra quella dei “beni esportabili” dove invece la crescita dell’occupazione si è bloccata. Anche l’innovazione tecnologica, che ha consentito di aumentare la produttività eliminando molti posti di lavoro, ha giocato il suo ruolo nel contenere la crescita dell’occupazione, ma secondo Spence gli effetti della globalizzazione sono largamente dominanti nel determinare gli alti livelli di disoccupazione nei paesi ricchi.
Questo significa che solo i lavoratori che vantano un’istruzione di alto livello continuano a godere di privilegi crescenti. E questo comporta una progressiva crescita delle ineguaglianze. Chi non ha un patrimonio competitivo di conoscenze finisce nella parte bassa della scala sociale, e subisce (inconsapevolmente) la concorrenza dei paesi in via di sviluppo.
Le opportunità si moltiplicano per chi ha un’istruzione elevata, si riducono per gli altri. Si tratta di una evoluzione strutturale destinata a durare diversi decenni, finché non ci sarà una convergenza e un riequilibrio tra le diverse aree del mondo. Ma ci vorrà tempo, diversi decenni, e in diversi paesi intere gerarazioni soffriranno. La disoccupazione resterà un problema reale.
Nel cercare una soluzione al problema, Spence sottolinea la ricetta tedesca: la Germania ha privilegiato l’occupazione rispetto alla crescita dei salari e ha eliminato molte rigidità sul mercato del lavoro. Inoltre il governo di Berlino ha adottato politiche protezionistiche, specie nell’industria dell’auto e dell’aerospaziale, limitando l’emigrazione dal paese dei posti di lavoro più qualificati e delle produzioni a più alto valore aggiunto.
Esistono altre soluzioni? Spence non è del tutto ottimista. La strada è stretta. L’unica soluzione (ovvia) è costituita dagli investimenti nell’istruzione di fascia alta, per alimentare la crescita di settori ad alto valore aggiunto: ma si tratta di una soluzione a lungo termine, e non è certo facile individuare le ricette giuste per migliorare scuola e università.
D’altra parte le tradizionali ricette keynesiane - negli anni della crisi economica e dei debiti pubblici stellari – non sono semplici da adottare. Spence scrive che i governi dovrebbero “investire in infrastrutture in grado di creare lavoro a breve termine e facilitare investimenti del settore privato nel medio-lungo termine” (sono parole che sembrano adattarsi perfettamente alla banda larga). Spence individua altri punti su cui internvenire (per esempio sottolinea la necessità di diminuire le tasse per le imprese per facilitare gli investimenti stranieri). E ritorna spesso sul caso Germania, sottolineando la necessità di introdurre elementi di protezionismo per evitare che la globalizzazione faccia esplodere i problemi sociali in questi decenni che ci dividono dalla “grande convergenza”, quando i mercati internazionali, grazie alla crescita dei paesi (oggi) poveri troveranno un nuovo equilibrio.
Spence applica i suoi ragionameni agli Stati Uniti, ma il caso italiano rientra perfettamente nello schema. E la “generazione perduta” di cui tanto si parla in Italia è perfettamente descritta nel racconto del premio Nobel. Leggendo il suo paper resta l’impressione che per superare questo difficile guado l’unica soluzione sia la ricerca dell’eccellenza per competere a livello internazionale. Ma il problema dell’eccellenza, nel sistema Italia, non è all’ordine del giorno.

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