L'Itabolario
6 Giugno Giu 2011 1423 06 giugno 2011

Buonismo

Quando sento pronunciare questa parola provo un’istintiva repulsione. Sarà per l’impasto fonico, perché la trovo esteticamente brutta, forse perché buona parte degli –ismi indicano concetti sbagliati. Ma il «buonismo» ha sempre goduto di cattiva fama, seppure con diverse sfumature nel tempo: al principio, quando Walter Veltroni rivendicava l’irruzione dei sentimenti nella sfera politica, la critica che gli veniva mossa era di non essere sufficientamente sincero. Ci si lamentava, insomma, perché il buonismo non era abbastanza buono.
Nella stagione del «foera de ball», invece, il «buonismo» viene respinto perché non aderente alla realtà. Abbandoniamo gli eufemismi, basta con il politically correct, parla come magni! I negri sono negri, i froci froci, e gli immigrati devono rimanere a casa loro e non romperci le balle. Il discorso pubblico perde non solo la capacità, ma anche l’ambizione a essere buono, ostentando un vero e proprio orgoglio immorale. È sbagliato anche solo sperare di essere un po’ più buoni…
C’è poi la variante «torvo-buonista» (Luigi Manconi): mentre si proponeva indecentemente di prendere le impronte digitali ai bambini rom, si affermava di farlo per ridurne la mortalità scolastica. Un «buonismo» che chiude la sua parabola affondando nella falsità e nella strumentalità.
Forse sono impressioni frettolose, ma è spesso grazie agli slittamenti di significato che si intuiscono i mutamenti di un’epoca.

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