Club House
8 Giugno Giu 2011 2146 08 giugno 2011

Ridategli l'oratorio

Due storie. La prima è quella del calcio scommesse, in attesa di capire ciò che è vero da ciò che non lo è. Poi c’è l’oratorio della parrocchia di Santa Maria al Paradiso in corso di Porta Vigentina, a Milano. Don Claudio Nora ha compiuto il pratico miracolo di aver trasformato un ex parcheggio in un campetto da calcio in erba sintetica dove i ragazzi ci sguazzano, perché è sempre così: tirate due righe, messo un pallone nel cerchio di centrocampo e fatte due squadre, il gioco è pronto per cominciare. Peccato che si urli troppo, in quel campetto. I vicini non ne possono più e allora scatta l’ordinanza del comune.
Ormai la vita è tutta un’ordinanza, una volta almeno ti lasciavano crescere in santa pace e a tue spese.

L’estate è alle porte, i bambini la misurano non in base ai calendari, ma alla chiusura delle scuole. Un giorno tornerà anche il caldo umido e soffocante – e le televisioni e i giornali descriveranno l’imminente fine del mondo perché ci sarà il sole che picchierà sulle nostre teste come Dio comanda. Ai piccoli non gliene fregherà granché. Dategli un campetto e insegneranno ai grandi come si sopporta il sudore che impregna la maglietta lungo tutto la schiena. Il fatto è che i campetti non vengono su come i funghi dopo una giornata di pioggia, ma spesso trovano ospitalità negli oratori.

Santa Maria al Paradiso, già il nome della parrocchia di don Claudio ha il profumo di vecchie stagioni (“Andrò a vederla un dì / in Cielo patria mia. / Andrò a veder Maria, / mia gioia mio amor”). Ormai li chiamano Grest, oratori estivi, ma semplicemente sono i pomeriggi senza l’assillo dei compiti e del dover rientrare a casa presto per la cena che poi c’è da andare a letto perché la scuola attende. Tre mesi di libera uscita che hanno aiutato intere generazioni a diventare grandi, imitando gli idoli della squadra del cuore. Quelli degli anni Ottanta probabilmente hanno sempre sognato di essere come Paolo Rossi a Spagna ’82 e non avranno mai fatto caso all’inchiesta sul calcio scommesse nel quale rimase coinvolto, prima di gioire al Mondiale. Paolo Rossi era Paolo Rossi. Come andrà nell’anno 2011, è ancora presto per intuirlo.

La sabbia nelle scarpe – il guaio è che i campetti sono sintetici o come minimo metà del terreno è sprovvisto di erba -, le bombe da fuori area (eh, Holly e Benji...), mocciosi che giocano da soli per il bene dell’intera squadra, il magro che si ha paura ad avvicinare temendo si sfasci - e la tonalità pallida della sua pelle, nonostante il solleone, non fa che aumentare la sensazione. Il robusto dal quale si sta lontani temendo di ritrovarsi con lo sterno conficcato nello stomaco, il bullo che dribbla tutti e magari ha pure le amichette a bordo campo che lo applaudono, perché le donne – si sa – non hanno mai capito nulla di calcio. Le ginocchia sbucciate, la polvere che si infila nella ferita e brucia da matti, il mercuro cromo manco fosse una di quelle bombolette magiche.
L’estate ha un profumo particolare se vissuto sul campetto dell’oratorio. Le pedate nel culo del prete, anche quelle, hanno contribuito alla formazione e alla crescita dell’individuo: prima si correva a casa a dire che il parroco aveva osato scoccare la sua tomaia e il genitore di turno rispondeva che “avrà avuto i suoi buoni motivi”, adesso si presenta al curato e lo minaccia, “non si azzardi mai più a toccare mio figlio”, con buona pace della parolaccia gratuita tirata nel pomeriggio accaldato. L’educazione non è cosa da tutti.
E non c’erano le ordinanze. Se si faceva chiasso e si rompeva l’anima agli anziani che cercavano rifugio dai 30° all’ombra, sparando la palla nel loro giardino, non occorreva andare in comune: prendevano un coltello, tagliavano il pallone e il messaggio era chiaro, non burocratico.

Negli oratori si diventava ometti, a costo di sopportare le angherie dei più forti e trattenere le lacrime per la vergogna e la rabbia. La scuola a settembre poteva ricominciare perché intanto la lezione più preziosa – come si sta al mondo – era stata appresa nei tre mesi precedenti. I tempi cambiano e oggi insegnano ai bambini che più diventeranno grandi, più dovranno fare i conti con chi ti dice cosa devi o non devi fare e non ti permetteranno di imparare da solo.
Ridategli l’oratorio, a questi pischelli.

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