Nel mirino
13 Giugno Giu 2011 1429 13 giugno 2011

La foto di Osama


"Mi porterai poi il suo cuore come segno del delitto". Nella fiaba di Biancaneve la regina cattiva chiede al guardiacaccia una prova della morte della giovane: il suo cuore. Come saprete il bruto s'intenerisce e la lascia scappare. In compenso porta alla vecchia malvagia il cuore di un cerbiatto.

Qui da noi, nel mondo reale, non c'è bisogno di prove così tangibili. Basta una fotografia.

Bill Warren, miliardario californiano, vuole una prova della morte di Osama Bin Laden, non è soddisfatto dalla versione del Pentagono, Bill Warren almeno una fotografia (vera, visti i numerosi falsi che circolavano in rete) di Osama morto la voleva vedere.

Bill è tanto determinato che spenderà oltre 400.000 dollari per andare alla ricerca del corpo di Osama Bin Laden e fornire al mondo intero la tanta agognata imago mortis.

Come biasimarlo. Quanti di noi hanno dubitato recentemente della morte del terrorista aspettando avidamente la "prova=foto" della sua esecuzione?

Già, questa illusione di certificazione di realtà legata alla fotografia ha radici lontane.

Dalla nascita della possibilità di fotografare, il fatto stesso che, per farlo, bisogna essere faccia a faccia con le cose, essere presenti, ha favorito il successo della metafora: fotografia uguale specchio uguale realtà.

Ben consapevoli delle facili manipolazioni cui il mezzo fotografico è soggetto, socialmente si è portati a identificare fotografia e realtà al punto che stentiamo a credere che qualcosa sia accaduto realmente se non ne vediamo un'immagine.

Roland Barthes definisce la fotografia come un "involucro trasparente e leggero", la foto è "invisibile" quello che vediamo non è la foto in quanto oggetto ma il suo referente; questo provoca un cortocircuito che ci fa confondere la rappresentazione con l'oggetto rappresentato.

Dovremmo invece sempre tenere a mente che la foto è il prodotto di un fotografo, un racconto, il riflesso di un punto di vista, sia esso estetico, polemico, politico o ideologico. Il fotografo assume il ruolo di "arbitro del significato", e questo vale non solo per le immagini cosiddette di finzione ma anche per quelle realistiche.

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