Beniamino Andrea Piccone
Faust e il Governatore
30 Giugno Giu 2011 0908 30 giugno 2011

Le banche non stanno troppo bene, ma per i banchieri è tornata la bonanza


Il Financial Times in prima pagina due settimane fa ha titolato "Bank chiefs’ pay rises by 36% despite patchy performances". Quindi nonostante risultati deludenti, i manager, i Chief Executive Officer passano all’incasso. Sembra di risentire la battuta (prima della crisi, luglio 2007) del Chuck Prince, CEO di Citigroup: “Finché l'orchestra suona, noi continuiamo a ballare”.

Due dei nomi più noti del banking, Jamie Dimon – CEO di JP Morgan Chase – e Lloyd Blankfein – CEO di Goldman Sachs – sono pagati 15 volte i livelli del 2009. “Mr Dimon received nearly $21m in 2010 (miglior anno della storia della banca, ndr). Mr Blankfein earned$14,1m, including a $5.4m cash bonus”.


Persino nel Regno Unito - dove il Governo è dovuto intervenire pesantemente al salvataggio di Barclays e Royal Bank of Scotland (RBS) – i CEO hanno finito il tempo delle scuse, della contrizione e sono tornati alla bonanza. “The CEOs of Barcays, HSBC, Lloyds Banking Group and RBS were awarded cash and stock bonuses valued at more than $26m last year. That contrasts with 2009, when all four declined bonuses in a nod to public and political furore”.

Come sottolinea l’FT, purtroppo “Regulators have declined to impose caps on bank pay, instead introducing changes they believe will limit incentives to take excessive risks”.

Siamo ancora in presenza di una crescita anemica, di bilanci delle banche sono zoppicanti, il Comitato di Basilea presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BCBS) pressa per più capitale e meno debito e nel frattempo i CEO si portano a casa milioni di dollari.


Per capirne qualcosa torniamo ai classici. Marco Vitale – Passaggio al futuro (EGEA, 2010) – scrive: “Nessuno ha posto con serietà il tema della necessità di bilanciare i poteri del CEO in modo sistematico e istituzionale. Bisogna ripartire da una corretta concezione del ruolo dell’impresa nella società e del management che rischia di essere un orrendo neofeudatario.

Negli ultimi 20 anni si è creato uno squilibrio politico e sociale che ha permesso allo stesso di appropriarsi di corrispettivi che non hanno più alcuna relazione di nessun tipo con le prestazioni fornite, con i risultati raggiunti, con il loro tipo di attività, con l’andamento reale delle aziende. Questi valori non rappresentano più un corrispettivo per dei servizi professionali, ma un’appropriazione basato su un’incontrollata posizione di potere”.

Marco Vitale – definito magnificamente da Fosco Maraini "lo sherpa delle idee" - cita William Mc Donough, presidente della Federal Reserve di New York (non certo un populista!) che disse: “Non vi è nulla che giustifichi stipendi 400 volte più alti del salario medio”.


Giulio Sapelli, storico insigne, scrive in La crisi economica mondiale (Bollati Boringhieri, 2008, attualissimo): “Le stock options non hanno nulla a che vedere con il profittto capitalistico: sono ricavi da rendita di posizione, ossia dal dominio assoluto sull’azienda ottenuto grazie al monopolio delle informazioni e a spericolate manovre finanziarie...Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario, che spinge all’aligopolio e alla collusione tra pubblico e privato, con conseguenze che possono introdurre tossine pericolosissime per l’equilibrio sociale”.

A me non piacciono per niente i manager faso tuto mi – bisognerebbe chiamarli magnager - , i CEO che si guardano allo specchio e si credono Napoleone, i CEO delle banche che rischiano il capitale a beneficio asimmetrico dei loro bonus.


L’anno scorso, nello scrivere di Richard Fuld – Fuld, pallone gonfiato - disastroso CEO di Lehman Brothers, riprendevo con forza sempre Vitale: “Bisogna avere il coraggio di dire che molti dei grandi CEO che ci hanno portato alla crisi non sono manager, ma pirati, e che molti di loro sono semplici palloni gonfiati, abili nel furto con destrezza e forti solo del loro smisurato cinismo, e dell’uso spregiudicato della violenza. Come i mafiosi”.

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