Nel mirino
4 Luglio Lug 2011 1724 04 luglio 2011

Photoshop: meno male che c'è

Nel 1858, Henry Peach Robinson compone una fotografia utilizzando cinque negativi diversi. L'immagine si chiama "Fading Away" e mostra quella che in realtà è una messa in scena: una ragazza sul letto di morte circondata dai suoi parenti.

La fotografia fu duramente criticata perchè ingannevole.

Il ritocco è sempre esistito.

La fotografia ha dovuto lottare duramente per essere considerata una forma d'arte e smarcarsi dalla necessità di essere il più possibile “specchio” della realtà.

La fotografia “liberata” (fotoritocchi compresi) è come un taglio, uno strappo dalla realtà, non esiste più un criterio di verità, conta solo quello che si vuole realizzare, senza porsi alcuno scrupolo, tutto è permesso: si può mischiare il reale con l’inventato, raccontando una realtà che esiste solo nella fantasia.

David LaChapelle dichiara: “non ritengo di essere obbligato a essere realista; le persone sono già così realiste che non ne avrebbero bisogno. Preferisco creare dei sogni, fuggire la realtà”.

Ovviamente bisogna sempre chiedersi che scopo abbia una fotografia ad esempio, nel fotogiornalismo, manipolare è un delitto.

Se la fotografia è un'arte, il ritocco è un'arte nell'arte. Difficilissimo usarlo in modo appropriato mantenendo l'equilibrio dell'immagine.

Il mio parere è che non sia neanche una questione di troppo o troppo poco perchè dipende dal tipo di immagine.

Ci sono fotografie meravigliose totalmente ritoccate, “finte”, ma che hanno un senso così come sono, e altre dove magari hanno messo a posto solo la pelle del soggetto ma il risultato finale è pessimo.

Il problema alla fine è il buon gusto e la sensibilità estetica.

Quando non esistevano il digitale e Photoshop, erano i pittori a ritoccare le fotografie, con i pennelli veri.

Richard Avedon, maniaco del ritocco, si affidava alle magiche mani di Robert Bishop.

Ricordo di essere andata a trovare il figlio di Robert, Chris Bishop quando vivevo a New York, anch'egli ritoccatore bravissimo. Mi aveva colpito la sua pazienza: micropennelli e movimenti fermi e precisi, era uno spettacolo osservarlo al lavoro.

Di artisti con questo tipo di sensibilità ce ne sono pochi e spesso le foto dopo il ritocco perdono glamour e credibilità al posto di guadagnarne.

Oggi il più bravo ritoccatore esistente nel fashion world è Pascal Dangin, francese, vive a New York e ha fondato Box Studios, con diversi ritoccatori che lavorano per lui.

Tutti i più grandi vanno da Pascal: Annie Leibovitz, Steven Meisel, Craig McDean, Mario Sorrenti, Inez van Lamsweerde and Vinoodh Matadin, e Philip-Lorca diCorcia.

Pascal non è molto simpatico ma è un genio: sa sempre in che direzione andare, interpreta alla perfezione la fotografia che deve ritoccare.

Ad esempio, se voi poteste farvi fare un bel ritratto da un grande maestro, non preferireste che vi ritoccasse un pò? Togliere le borse, le macchie delle pelle, le rughe troppo marcate.

O siete più per il realismo assoluto?

Il ritocco in questi casi non è un pò come vestirsi bene per una grande occasione? Se anche è un peccato è un peccato veniale.


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