Una panchina, un libro
7 Luglio Lug 2011 1337 07 luglio 2011

Quando la ragione diventa illusione

Hans Kielson, La morte dell’avversario, Mondadori, 2011

Hans Kielson, deceduto pochi mesi fa ultracentenario, scrisse questo suo primo romanzo auto-biografico a 33 anni, mentre, fuggito dalla Germania nazista, si era rifugiato in Olanda. Diversi anni dopo, nel 1959, La morte dell’avversario venne pubblicato in Germania senza riscuotere particolare successo. Intanto Kielson, scampato all’Olocausto, si dedicò alla psichiatria e alla psicanalisi, specializzandosi nella cura dei bambini colpiti dal trauma della guerra e della deportazione. La morte dell’avversario e un altro romanzo di Kielson, Commedia in chiave minore, sono stati riscoperti da un editore americano nel 2010 e sono immediatamente assurti a caso letterario fino al punto che il New York Times li ha definiti senza mezzi termini dei “capolavori”.

Eppure La morte dell’avversario è un libro faticoso, quasi un non-romanzo: registra le riflessioni, a volte molto complesse, di un trent’enne che è stato costretto a scappare dal suo paese lasciando i vecchi genitori in balia degli aguzzini nazisti. L’io narrante (in cui riconosciamo Kielson) guarda indietro, a partire dalla propria infanzia, e riflette sull’ascesa di un Nemico dispotico che, fin dal suo avvento, ha dichiarato apertamente di odiare tutte le persone come lui. Non sappiamo in quale paese viva l’io narrante, né Kielson menziona il nazismo o gli ebrei , mentre il Nemico, colui che promette di annientare un intero popolo, è solo nominato con la lettera B. La psicanalisi prevale sull’elemento narrativo, ridotto a pochi episodi salienti proposti con toni freddi e distaccati, quasi che non fosse l’io narrante a viverli ma qualcun altro osservato dal di fuori.


La morte dell’avversario non è, a mio avviso, un capolavoro letterario e non a caso è rimasto sepolto dalla polvere fino al 2010. Ma il valore di Kielson sta nell’essere stato uno dei pochi ad aver affrontato una questione che tanta letteratura sull’Olocausto ha lasciato aperta: come hanno potuto gli ebrei europei sottovalutare la crescente minaccia del nazismo? Come hanno potuto nascondere a se stessi la potenza distruttiva di un uomo, il Nemico, nei loro confronti? In sostanza Kielson narra la storia di un’illusione, simile alle fotografie “ritoccate” con cui il padre del giovane narratore si guadagna da vivere: l’illusione di poter convivere con il nemico attraverso la ragione. Perseguitato e persecutore hanno un comune destino e quindi ,razionalmente, l’uno non può fare a meno dell’altro. Un amico del giovane narratore gli racconta la storia degli alci donati dallo zar di Russia al kaiser. Il kaiser li accoglie con ogni cura nella sua foresta dove godono di un habitat perfettamente adatto. Dopo qualche anno i bellissimi animali incominciano a morire. Lo zar manda in aiuto al kaiser il suo vecchio guardiacaccia a scoprire perché. Dopo una lunga esplorazione il vecchio decreta : “ Non gli manca niente e nessuno ha fatto alcun errore, tranne…gli mancano i lupi.”
La Storia ha insegnato all’io narrante, a Kielson e a tutti noi quanto fosse illusorio affrontare il nazismo come un fenomeno spiegabile razionalmente e quindi affrontabile e, forse , disinnescabile. “Ero così tedesco.” dice in una delle sue ultime interviste. “Non pensavo che potessero farmi questo. Ero uno di loro”.


Kielson è rimasto stupito dall’accoglienza ricevuta negli Stati Uniti perché lo scienziato non è un romanziere e La morte dell’avversario è un libro difficile, che molti – non a torto – possono trovare a momenti monotono e piatto, specie nei lunghi ragionamenti tra filosofia e psicanalisi. Ma alcuni episodi restano vividi e colpiscono per l’acume e per il triste realismo dell’osservatore. Indimenticabile l’immagine del padre che, in vista della deportazione, riempie lo zaino:
“Cosa mi porto? Be’, quel che serve a due persone, l’una dei quali è per di più malata: sapone per esempio” disse. Per prima cosa quindi ha preso il sapone, come se al mondo non ci fosse niente di più importante del sapone da prendere con sé per un simile viaggio e come se il primo giorno il Signore avesse creato il sapone. E allora dovrebbe essere: Il primo giorno Dio creò il cielo e la terra e il sapone, perché lo si possa portare in uno zaino. E va bene, sapone, naturalmente ha ragione, bisogna potersi lavare, bisogna essere puliti già che si va in posti lontani con uno zaino. Una volta che si smette di lavarsi, tutto è perduto… “E due asciugamani” disse. Asciugamani, certo…Il momento più bello del lavarsi è l’asciugarsi, quando la pelle fuma, prendere l’asciugamani e sfregare, cantando…. “E acqua di Colonia” continuò, “per la mamma.”

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