Nel mirino
11 Luglio Lug 2011 1736 11 luglio 2011

Può una fotografia valere 4 milioni di dollari? il record di Cindy Sherman induce a qualche riflessione

Cindy Sherman - "Untitled #96" - 1981.

Maggio 2011: l'opera "Untitled #96" di Cindy Sherman è battuta 3,9 milioni di dollari a un'asta da Christie's e diventa la fotografia più cara della storia.

E' la decima di un'edizione di dieci.

Il record precedente era di Andreas Gursky che con “99 cent.1999″ aveva raggiunto i 3,4 milioni nel 2007.

Adoro Cindy Sherman e la sua ricerca.

Sherman non è solo fotografa, si occupa di tutte le fasi della creazione: modella, set designer, stylist, truccatrice, fotografa.

Da 30 anni ritrae i più disparati sterotipi femminili utilizzando sempre e solo se stessa come modella: si trucca, si traveste, si fotografa.

Potrebbe sembrare estremamente narcisista anche se in realtà non è di sé che parla ma piuttosto di ognuno di noi mettendo in scena una così ampia gamma di tipologie umane.

Ma qui il punto non è la bravura della Sherman.

Il punto è se una fotografia possa valere 4 milioni di dollari.

Parto dalle riflessioni del filosofo Walter Benjamin nel suo saggio “L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica” del 1936.

La tesi di Benjamin è che se un'opera d'arte è riproducibile tecnicamente viene a mancare la sua esistenza unica e irripetibile, crolla quindi il fondamento della sua autenticità e della sua autorità come “originale”.

Benjamin riassume i valori di unicità, autenticità e autorità dell’opera d’arte nella nozione di “aura”.

Con la fine dell’aura muta la natura stessa delle opere d'arte e il loro impatto sulla società: da “borghese” (esclusività, irripetibilità) diventa democratica e acquisisce una funzione “politica” di educazione.

Insomma per Benjamin la riproducibilità tecnica, caratteristica innata del mezzo fotografico, ha un potenziale rivoluzionario capace di ridefinire il rapporto tra l’arte e le “masse”.

Credo che sia giustissimo che la fotografia abbia un mercato, così tanti bravissimi artisti possono mantenersi e continuare a fare la loro .

Che la fotografia possa essere una forma d'arte per fortuna non è neanche più oggetto di discussione.

Ma affinchè questa forma d'arte abbia un mercato, diventi “appetibile” per un collezionista, si dovrà reintegrare anche se artificialmente e forzatamente il carattere di unicità dell'opera: il fotografo/artista è così costretto a fare delle edizioni limitate per poter vendere le sue fotografie.

Il fatto che esistano delle edizioni limitate, nell'epoca del “villaggio globale” con internet, la stampa, ecc. non mina la possibilità del mondo intero di fruire dell'opera d'arte... Benjamin sarebbe comunque tranquillo e contento, lui infatti non ne faceva un problema di valore monetario ma più di accessibilità.

Ma le edizioni limitate vanno contro la natura stessa della fotografia: decido che qualcosa che è riproducibile con la stessa ottima qualità all'infinito verrà riprodotta solo una, sei, dieci volte.

Non so forse bisognerebbe rivedere il concetto di “originale”...

Forse in vendita dovrebbe esserci la matrice unica della fotografia? Il negativo? Il file digitale?

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