Marchionne veste Prada
13 Luglio Lug 2011 1328 13 luglio 2011

La moda delocalizzata inquina, Greenpeace denuncia

Ho sempre sostenuto che Abercrombie&Fitch fosse causa di inquinamento: sonoro e olfattivo, per via della musica a palla e della fragranza troppo intensa che ogni negozio del marchio cult sprigiona nell'aria manco fossimo da Lush (brand di saponi, per capirci).

Al di là di ogni ironia, sembra esserci qualcosa di più: le felpe tanto amate dai teenager (e non solo), sarebbero una delle cause dell'inquinamento nel fiume Giallo, in Cina. A sostenerlo è Greenpeace nel rapporto "Dirty Laundry: Unravelling the corporate connections to industrial water pollution in China" - tradotto: Panni sporchi. Il segreto tossico dietro l’industria tessile - accusa due grossi gruppi industriali cinesi del settore tessile, il Textile Complex di Youngor e il Well Dying Factory Ltd di Hong Kong, di scaricare nei corsi d’acqua sostanze velenose. Ma non è tutto: Greenpeace sottolinea come questi impianti siano legati alla produzione di capi griffati che spopolano per le vie di Milano come per quelle di NY. A essere più o meno direttamente coinvolti nel fattaccio sarebbero Nike, Adidas, Puma, Calvin Klein, Converse, Lacoste e, appunto, Abercrombie.

Tutti gli ambientalisti radical chic un po' hippie che indossano un paio di All Star si sentiranno in dovere di buttarle dalla finestra sentendosi in colpa? Non lo so.

Quel che è certo è che la delocalizzazione produttiva non deve portare a ignorare quelle regole che in Occidente sarebbero ferree sia in tema ambientale ( i fiumi in cui queste industrie scaricherebbero metalli pesanti forniscono acqua a 20milioni di cinesi, 1/3 della popolazione italiana) sia allargando il discorso ai diritti umani

E questo discorso vale per tutti i prodotti con etichetta "made in" che sfruttano le lacune legislative per produrre a basso costo.

Vi toglierete le Nike stasera quando andrete in palestra?

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