Massimo Sorci
Attentialcane
15 Luglio Lug 2011 1221 15 luglio 2011

Sotto l’understatement niente?

Qua su Linkiesta si è aperta una bella discussione sul futuro di Genova. Al ben documentato articolo di Paolo Stefanini, che sottolineava l’immobilismo della città, ha replicato il senatore Enrico Musso che ha posto l’accento sul bicchiere mezzo pieno.

Bene, vorrei dire qualcosa pure io. Lo farò – come si dice a Genova – da “foresto”,visto che genovese lo sono soltanto d’adozione e probabilmente ho conservato un angolo di osservazione altro che magari può essere utile.

C’è una risposta che, appena ho cominciato a bazzicare questa città – e poi ad abitarci – mi ha sempre sorpreso e continua, dopo 16 anni, a sorprendermi. Provate a chiedere a un genovese “come va?” – si usa, no? – e lui risponderà 9 volte su 10, assumendo un’espressione tra il rassegnato e il lamentoso, “eh… siamo qua”.

Siamo qua. Badate bene, non è il realismo di chi oppone il qui ed ora agli acchiappanuvole, agli illusi che raspano inutilmente nella materia volatile dei sogni. Il genovese ha sempre combinato qualcosa. La storia – quella antica – sta lì a dimostrarlo.

“Siamo qua”, sa di resa, di fiacchezza, di consapevolezza artritica del tempo che va. Lo dice di solito chi fatica a tenere la vita per i denti. Insomma è un’espressione piuttosto tristanzuola. Ecco, questa risposta mi ha sempre infastidito. Per una ragione fondamentale: è una posa, understatement esibito. In molti, sia chiaro, non certo in tutti. E penso pure che, sotto, si nascondano due atteggiamenti, speculari e contrapposti, che rimandano a due classi sociali – sì, forse esistono ancora, magari possiamo chiamarle diversamente, ma esistono.

Da una parte c’è chi da questa posa non ha nulla da guadagnare. E sono i giovani, i non garantiti, insomma tutti coloro che hanno bisogno di crescita di opportunità e che da un atteggiamento più dinamico – loro e della città – avrebbero un tornaconto immediato. Dall’altra ci sono invece i chiagne e fotte, quelli cioè che i loro privilegi ce li hanno eccome, quelli che possono permettersi tutto il disincanto e lo scazzo british che vogliono.

Paolo Villaggio, intervistato da Rollingstone Magazine questo mese, ha detto cose un po’ pesanti sulla sua città: “Ora Genova è inutile, si è impoverita… è morta (…) Il problema è che è pure presuntuosa (…) Loro (l’alta borghesia genovese, ndr) sono i veri responsabili della fine della città”.

Al netto della cattiveria di chi se ne va – e Paolo Villaggio è uno di questi, forse il più incattivito – una cosa si può dire: Genova può essere considerata, sotto molti profili, l’emblema dell’Italia. Ferma, ingessata, a rischio implosione. Serve qualcosa o qualcuno si alzi in piedi e dica, papale papale: amici miei, smettetela di giocare agli anglosassoni se non volete che sotto l’undestatement non rimanga nulla.

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