Eta (senza Beta)
21 Luglio Lug 2011 1256 21 luglio 2011

Cosa è attuale? E chi lo stabilisce?

Mai spente e in sé importanti (a seconda, naturalmente, dell’altezza intellettuale di chi le propone), le discussioni sul canone degli autori da leggere, e le parallele, su quelli da espungere, sono fatalmente ripetitive. Ma soprattutto fuorvianti, per una ragione essenziale: esse, contro la stessa intenzione di chi le avanza, finiscono per favorire la rinuncia alla libertà e all’avventura connesse a ogni lettura. Altrettanto sbagliata si rivela la domanda, di fatto implicita nella individuazione del canone, sull’attualità degli autori; interrogazione mal posta, per il fatto che una scandalosa inattualità è spesso più intellettualmente produttiva che il suo disinvolto, e praticatissimo, contrario. Facendo perno su tali cardini, il canone e l’attualità (peraltro malintesi), un mio eminente collega è arrivato addirittura a suggerire di espellere dai testi memorabili della nostra letteratura le opere di autori come Bruno, Galileo e Vico. Insomma, e curiosamente, ferma restando l’importanza dei testi improntati alla misura classicistica, che hanno a lungo determinato la fortuna europea della letteratura italiana, pollice verso nei confronti di autori per cui questa stessa letteratura, scrollandosi di dosso l’etichetta della pura ricerca formale, ha recentemente conquistato spazî non solo in Europa, ma in America e in Asia. Si può dare atteggiamento più autolesionistico, come non bastassero le tristemente note angustie scolastiche?
Si capisce che ci sono testi e autori che valgono più di altri, ma ognuno li ritrovi secondo i proprî tragitti, senza sentirseli imporre come un editto. Vero che le scorribande siano più facilmente praticabili da chi ha già percorso le strade principali; ma resta che il potenziale di ogni atto espressivo è imprevedibile, e si adatta, come tutti sappiamo, a diversi momenti della nostra storia personale, e anche del tempo stesso in cui viviamo. Faccio un caso particolare. Per mie ragioni di ricerca, sto studiando le lettere di Plinio il Giovane, credo oggi, a differenza del suo più illustre zio, pressoché sconosciuto, più o meno al pari del manzoniano Carneade. Benché le lettere siano piacevoli e ben scritte, non si tratta certo di un capolavoro, né esse propongono panorami nuovi; niente a che vedere, per fare un esempio, con le magnifiche Lettere a Lucilio di Seneca. Eppure, tra tante che sono importanti soprattutto agli effetti storici, se ne trovano altre di taglio ben diverso. Una, a esempio, la cui attualità, se vogliamo usare questa parola così dissipata, appare evidente, particolarmente in Italia, paese che, parafrasando e invertendo il titolo di un famoso film di qualche anno fa tratto da un romanzo di Cormac McCarthy, non è certo per giovani.
Scrivendo a un amico, Plinio gli riferisce della sua visita a Spurinna, uomo ormai vecchio (77 anni, per l’epoca un’età venerabile), che aveva ricoperto nella piena maturità importanti cariche pubbliche, ma che si è da tempo ritirato a vita privata. Scrive Plinio: «Non so se io abbia mai trascorso ore più liete di quelle che ho appena passato con Spurinna; al punto tale che, se mi fosse dato di invecchiare, non vorrei nella vecchiaia imitare nessuno più di lui, perché non c’è niente di più decoroso di quel suo genere di vita. Quanto a me, godo, come dell’immutabile cammino delle stelle, così della vita ordinata degli uomini, soprattutto dei vecchi. Infatti ai giovani non si disdice una certa confusione, direi quasi un tumulto, mentre ai vecchi si addice che tutto sia quieto e ordinato, perché in loro la fatica è contro il corso del tempo, l’ambizione turpe». Il mittente passa poi a descrivere il modo in cui il suo ospite trascorre la sua giornata, suddividendo e regolando con cura gli impegni intellettuali e i momenti di distensione con gli amici, al giuoco e a tavola. La conclusione è altrettanto degna di nota: «Pregusto già col desiderio e con l’immaginazione questo genere di vita, desiderosissimo di entrarvi, non appena l’età mi concederà di suonare la ritirata. Nel frattempo sono logorato da mille impegni, nei quali mi è di conforto e di esempio lo stesso Spurinna. Poiché anch’egli, fintantoché fu opportuno, ebbe cariche, magistrature, resse provincie, e si è meritato il suo riposo attuale con lunghe fatiche. Mi propongo lo stesso percorso e la medesima meta. E mi obbligo sin da ora a questo: che se mi vedrai cercare ancora di avanzare, tu, esibendo questa lettera, mi chiami in giudizio e, a patto che risulti assolto dall’accusa di inerzia, mi costringa al riposo».
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