Il sipario strappato
28 Luglio Lug 2011 0942 28 luglio 2011

Il successo dell'Elfo? Strategie di marketing al servizio di una poetica generazionale

Proprio un bello spettacolo, La discesa di Orfeo. Rappresentato in chiusura di stagione all’Elfo Puccini, ha colto un po’ tutti di sorpresa: in particolar modo chi aveva visto Pelle di serpente, la traduzione cinematografica (datata 1959) del dramma di Tennesse Williams. Nonostante il cast annoverasse Marlon Brando e Anna Magnani (oppure esattamente per questo, per la collisione tra due attori dall’espressività straripante), la pellicola era risultata indigesta anche al pubblico dell’epoca. Ma già la drammaturgia originale di Williams, scritta e riscritta per quasi vent’anni, al suo debutto sul palcoscenico aveva ricevuto un’accoglienza algida. Forse il merito dello spettacolo allestito in forma di studio da Elio De Capitani sta soprattutto nell’aver alleggerito e insieme compattato il testo: nell’aver raccontato per accenni, per spezzoni narrativi e indizi sonori, una vicenda grandguignolesca. La regia tratteggiata di De Capitani ha fatto spiccare il lessico di Williams, allo stesso tempo minuzioso e visionario, perciò capace di fornire coordinate precise all’immaginazione dello spettatore, ma ha anche dato un rilievo particolare gli interpreti: specialmente a Edoardo Ribatto (nella foto), in scena nei panni di Val Xavier, il tipico ribelle carismatico attorno a cui ruotano i drammi di Williams. Un Val dal tono un po’ troppo gentile e dall’aria irrimediabilmente intellettuale, cioè lontano anni luce dal personaggio interpretato a suo tempo da Brando, ma proprio per questo convincente. Insieme con il suo perfetto alter ego, Umberto Petranca, coprotagonista di Angels in America, Ribatto è forse il giovane attore più interessante fra i tanti scoperti negli ultimi due anni dall’Elfo. Tanti, davvero tanti giovani e a volte giovanissimi attori, scovati da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani ricorrendo compulsivamente a provini, a incursioni in saggi di scuole di teatro e in spettacoli più o meno dilettanteschi. Il cast di uno dei maggiori successi della scorsa stagione, The History Boys di Allan Bennet (andato in scena nel dicembre 2010), si è formato così, e all’incirca nello stesso modo sono stati reclutati gli interpreti di Shopping and Fucking di Mark Ravenhill (estate 2010) e il ventiduenne Alejandro Bruni Ocana, coprotagonista della Salomè di Wilde rivisitata da Ferdinando Bruni (marzo 2011) e di Red, la pièce su Mark Rothko prevista per maggio 2012.
I motivi di questo palese rinnovamento generazionale sono almeno due.
Il primo va rubricato alla voce “strategie di marketing”. Il trasloco nel rinnovato Puccini di Corso Buenos Aires, oculatamente gestito in termini mediatici, ha richiamato l’attenzione non solo degli iniziati ai misteri del palcoscenico, ma anche dei milanesi che vanno di rado a teatro. Passare una serata nel nuovo Elfo è diventato trendy, soprattutto per gli spettatori under 40, che si sono infittiti e hanno determinato il clamoroso successo di pubblico dell’ultimo anno e mezzo. Le cifre già riferite dai giornali parlano di 115.000 presenze (+34% rispetto all’anno precedente) e di 1.700 abbonamenti (+120%). Ma per capire sino in fondo la portata del fenomeno bisognerebbe aggiungere che in un anno il volume di affari dell’Elfo è passato da 3.200.000 euro a 4.000.000, che le produzioni sono raddoppiate (mentre sono triplicate le tournée, indispensabili per mantenere in pareggio il bilancio), che l’organico complessivo annuale ha raggiunto quota 140 lavoratori e che l’assetto complessivo della struttura è ormai quello di una media impresa: “senza però che si abbia diritto al welfare – chiosa Fiorenzo Grassi, storico direttore organizzativo – perché in Italia i lavoratori dello spettacolo ne sono esentati”. Se si sono raggiunti questi risultati, dicevamo, è stato grazie anche al pubblico giovane o comunque non specialistico: ma per favorirne l’afflusso è stato necessario rivedere la programmazione, mettere in cartellone titoli più accessibili ai non addetti ai lavori, rendere un po’ hollywoodiano (e a tratti anche un po’ disneyano) Shakespeare. E ovviamente proporre spettacoli in cui si parli di giovani e in cui a recitare siano soprattutto dei giovani …
Il secondo motivo affonda le radici nella storia e nell’identità dell’Elfo, che prima e più di un teatro stabile è una compagnia a cui la critica ha spesso affibbiato l’aggettivo “generazionale”. In effetti il suo repertorio sembra quasi l’autobiografia di una generazione: quella all’incrocio tra il ’68 e il ’77, tra il desiderio di portare l’immaginazione al potere e la tentazione di rifugiarsi nel potere dell’immaginazione. E’ la generazione che si è trascinata lo spirito contestatario dentro gli anni Ottanta e l’ha contaminato con il clima allo stesso tempo vitalistico e crepuscolare di quel decennio. Da questa mescolanza è scaturita una cultura di sinistra molto milanese (più idealista che ideologica, più improntata dalle istanze dell’immaginario che dai conflitti sociali, particolarmente attenta al bisogno di liberazione individuale) della quale la giunta Pisapia rappresenta una variante istituzionale. Non c’è da sorprendersi quindi se, durante la campagna elettorale, Giuliano Pisapia ha scelto come quartier generale proprio l’Elfo Puccini. E neppure se negli anni la poetica dell’Elfo si è evoluta all’insegna dell’internazional popolare, cioè di una sofisticata rivisitazione del gramscismo in salsa globale e con un forte sapore anglosassone. Volenti o nolenti, ma a mio parere fortissimamente volenti, i membri di questa generazione, parecchi anni dopo aver contestato in modo sistematico la cultura dei padri, si trovano ora investiti di un ruolo in senso lato “paterno” che comporta la trasmissione della loro cultura alle generazioni successive. Non a caso nelle ultime due stagioni le produzioni dell’Elfo hanno avuto come tema di fondo il rapporto tra padri e figli e il passaggio di testimone del sapere. “Padri” esuberanti, trasgressivi e perdenti, dediti alla rivitalizzazione della cultura umanistica, come il professor Hector di History Boys interpretato da Elio De Capitani, si sono misurati con teenager acuti e cinici, curiosi ma soprattutto ambiziosi, oppure solidali con il romanticismo dei padri nel nome di una comune diversità e marginalità. All’opposto “padri” aridi, raccapriccianti ma efficienti, come lo spacciatore Brian di Shopping and Fucking di Mark Ravenhill impersonato da Ferdinando Bruni, hanno esercitato il loro influsso su adolescenti in vendita al prezzo di qualche vestito griffato. Hector e Brian, così come gli studenti disincantati di History Boys e i ventenni allo sbando di Shopping and Fucking, sono i due poli attorno a cui si sviluppa un esperimento umano, prima che artistico, che per una volta conferisce un significato non retorico all’espressione “teatro sperimentale”.
In attesa di vedere gli sviluppi di questo laboratorio generazionale, segnalo che la prossima stagione dell’Elfo si chiuderà con una rassegna di giovani compagnie dedicata al lavoro precario, cioè alla questione per antonomasia degli under 40, ma ormai anche degli over. Tra gli spettacoli che andranno in scena nel maggio 2012, Tu (non) sei il tuo lavoro, presentato al Napoli Teatro Festival dello scorso anno, è soprattutto una bella prova d’attore di Umberto Petranca, diretto insieme con Silvia Giuliano da Sandro Mabelini. Peccato per la drammaturgia di Rosella Postorino, scritta con le migliori intenzioni, ma incline a ricalcare gli stereotipi sociologici. Forse allora è il caso di riprendere il discorso su La discesa di Orfeo e di aggiungere che anche questo drammone, come tutti quelli di Tennesse Williams, prende di mira il conformismo della società americana, la segregazione razziale, l’isolamento dei diversi: ma lo fa inserendo queste tematiche in una cornice simbolica, costruendo psicologie dense e sfaccettate, mescolando il realismo della cronaca con la visionarietà del mito. L’efficacia (anche in termini di denuncia) del testo sta proprio nel suo essere crudo e allucinato, ma allo stesso tempo orgiastico, capace di invogliare alla vita. Proprio nell’invito a vivere oltre ogni schema, e prima di ogni lamento, consiste quell’aspetto della poetica dell’Elfo che sarebbe bello fosse oggetto di “trasmissione generazionale”: e chissà, magari anche in direzione inversa. D’altra parte, nella Discesa di Orfeo, a lanciare un messaggio forte e chiaro in tal senso è Carol Cutrere, la ragazza ricca, viziata ma diversa (interpretata da una brava Elena Russo Arman, altro volto giovane dell’Elfo) che ha Val come solo interlocutore e che è poi l’unico personaggio a trovare una sua via di salvezza. “Mi porti sulla collina dei cipressi – chiede Carol a Val, in un momento cruciale del dramma – a sentir parlare i morti. Lassù parlano, cinguettano come uccelli. Ma dicono una sola parola, e questa parola è: vivete, vivete, vivete! E’ l’unica cosa che hanno imparato, è l’unico consiglio che possono dare. Vivete: basta.”

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