Una panchina, un libro
1 Agosto Ago 2011 1305 01 agosto 2011

Siamo noi a decidere quando fa male

Per Petterson, Fuori a rubar cavalli, Guanda 2010

Mi fa piacere tornare a scrivere di libri – dopo quasi un mese di assenza da questo blog, per tanti motivi, tra cui la mancanza di ispirazione – con un romanzo indiscutibilmente ben scritto e ben costruito. Un romanzo nordico, e, come tale, apparentemente scevro da emozioni forti, ma impregnato da un pervasivo senso di solitudine e malinconia. L’ io narrante è Trond, un signore ultrasessantenne di Oslo.Colpito dalla perdita quasi contemporanea della moglie e dell’ amata sorella , si incammina sulla strada dell’isolamento. Abbandona la città , il lavoro e le figlie, ormai grandi, per trasferirsi in una spartana baita sul lago dove trascorrere la fase finale della sua vita. Trond sceglie la solitudine deliberatamente e quasi con accanimento: poco accade nelle sue lunghe giornate invernali scandite dalle nevicate, dalle passeggiate con il cane Lyra, e dalle più elementari necessità organizzative. Senonchè in quel luogo, sospeso fra boschi e acqua, riaffiorano continuamente i ricordi di un altro momento importante della sua vita, quando nel 1948, a pochi anni dalla fine della guerra, trascorse, d’estate, in una baita in riva al fiume così simile a questa, gli ultimi giorni con il padre.

In un paesaggio di intensa bellezza naturale, dove poco è cambiato malgrado il passare dei decenni, la narrazione procede su due piani temporali separati, ma spesso contigui, a volte distinguibili fra loro solo per l’alternarsi della stagione: il gelido inverno della vecchiaia, in cui l’unica aspirazione di Trond sembra essere quella di svuotarsi dai sentimenti e dai ricordi – che comunque lo rincorrono anche nell’esilio volontario - e la calda estate dell’adolescenza, dominata dall’inquietudine di emozioni nascenti e soprattutto dall’amore e dall’ammirazione per il padre. Quel padre che proprio allora si apprestava ad abbandonare per sempre Trond e la sua famiglia.

C’è aria di mistero nelle memorie di quell’estate, un mistero che unisce il padre a quella baita isolata, al confine fra Norvegia e Svezia – un mistero che ci porta a girare le pagine quasi si trattasse di un thriller. E c’è la capacità dello scrittore norvegese di scandagliare l’anima dei suoi personaggi: soprattutto il rapporto tra padre e figlio , visto con gli occhi di quest’ultimo, che ormai vecchio, ricorda di essere stato molto amato, ma anche molto deluso, da questo genitore che non avrebbe rivisto mai più. Un rapporto affettivo profondo ma così diverso da quello descritto, ad esempio, da McCarthy nel romanzo La strada, dove la protezione del padre si sostituisce a quella materna con un’intensità incrollabile che solo la morte, e forse neanche quella, può interrompere.

Come è tipico della narrativa nordica, i sentimenti, tutt’altro che assenti, sono però tenuti sotto stretto controllo. Per Trond, smorzare le emozioni segna il passaggio all’età adulta: “Siamo noi a decidere quando fa male” gli dice il padre mentre sradica le ortiche a mani nude. E lui lo guarda con ammirazione. Non sa ancora che dovrà presto mettere in pratica quella lezione.


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