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2 Agosto Ago 2011 1440 02 agosto 2011

Il killer di Oslo e Borghezio: che cosa li unisce?

Da dove nasce l’estremismo sanguinario di Anders Behrig Breivik, il giovane norvegese che il 22 luglio ha ucciso almeno 78 persone in nome della sua cultura anti-islamica? E che legame c’è tra questa strage e la dichiarazione del leghista Mario Borghezio (che ha definito “condivisibili le idee di Breivik”) e delle mille provocazioni dal sapore razzista a cui ci hanno abituato molti esponenti della Lega?
Apparentemente non c’è alcun legame. Ma se si risponde alla prima delle due domande, si trova qualche argomento interessante per rispondere anche alla seconda, perché nell’era delle reti la diffusione della cultura avviene con modalità diverse rispetto al passato.
Partiamo da un interessante articolo appena pubblicato sul sito di Foreign Affairs: “AntiJihadismo violento: che cosa (e chi) ha ispirato la violenza di Anders Behring Breivik”?
L’autore, Øyvind Strømmen, un giornalista norvegese che si è a lungo occupato della crescita dell’estrema destra europea, offre una prospettiva illuminante su quanto è accaduto.
Poche ore dopo la strage, quando i sospetti erano ancora rivolti verso la pista dell’estremismo islamico, furono i blogger anti-islamici dell’estrema destra americana a dire che quella jihadista era una pista sbagliata.
Pamela Geller, uno dei fondatori dell’organizzazione “Stop Islamization of America”, scrisse subito sul suo blog: “Ricordate: il problema non è la jihad… Il problema è l’islamofobia”. Geller, che conosce bene l’odio antiislamico essendone una degli artefici, scrive queste parole con sarcasmo. Come dire: l’odio si va ovviamente diffondendo, non c’è da stupirsi se accadono cose del genere. Geller ci azzecca: presto si capisce che il killer è un norvegese biondo, con gli occhi azzurri, che si descrive come un militante di cultura conservatrice, un crociato, un eroe in lotta contro chi sta consegnando la Norvegia, e l’Europa, nelle mani degli islamici.
Breivik era collegato a un gruppo di terroristi? Sembra proprio di no. Leggendo il memoriale di 1500 pagine che pubblica online prima di dare il via alle sue azioni, sembra piuttosto un personaggio isolato che ha nutrito il proprio estremismo attingendo agli scritti di alcuni campioni della cultura anti-islamica che stanno fiorendo nel mondo, in particolare negli Stati Uniti.. Breivik leggeva i blog dei propri eroi, seguiva le loro dichiarazioni, le utilizzava per costruire una propria personalissima visione della lotta contro la Jihad. Chi sono i “pensatori” anti-islamici da lui più citati? La prima è proprio Pamela Geller che descrive il traffico di droga come una “jihad chimica” per distruggere l’Occidente. O Robert Spencer, un altro blogger (amico della Geller) direttore del Jihad Watch, un gruppo americano particolarmente attivo nel denunciare i pericoli posti dall’Islam.
L’autore preferito di Breivik è un blogger norvegese (che scrive sotto lo pseudonimo di Fjordman) che prevede l’avvento di un’Eurabia islamica, grazie alle attuali politiche di immigrazione. Fjordman accusa i leader europei di avere dichiarato guerra alla popolazione bianca, e prevede l’esplosione di una guerra civile, in almeno un paese europeo, entro vent’anni. Le sue proposte: bloccare l’immigrazione di cittadini islamici e sciogliere l’Unione europea. Nei suoi post Fjordman invica “il diritto a resistere contro la colonizzazione e a compiere qualunque gesto per garantire la propria sopravvivenza”.
Va sottolineato che dopo l’attacco di Oslo, tutti questi blogger hanno condannato il gesto di Breivik. Esattamente come Borghezio, che è stato obbligato a fare marcia indietro ed è stato comunque sospeso dal partito per tre mesi. Ma anche il New York Times ha scritto che i post di quei blogger sono stati “l’infrastruttura culturale che ha consentito a Breivik di costruire le proprie teorie e di ideare i suoi piani”.
In altre parole, la radicalizzazione del pensiero di Breivik è avvenuta via Internet, con lo stesso meccanismo che ha portato al terrorismo jihadista molti giovani sia nei paesi islamici sia in Europa, specie in Gran Bretagna.
Il meccanismo descritto da Strømmen non è certo una novità. Da anni numerosi analisti sostengono che uno degli effetti socio-culturali di Internet è la nascita di nuove forme di radicalismo estremo e di polarizzazione ideologica.
A spingere verso questa deriva è la natura stessa dell’ecologia del mondo mediatico contemporaneo. Per emergere dal rumore di fondo è necessario avere opinioni taglienti, posizioni nette, meglio se estreme e provocatorie. Per arrivare dritti al cuore dei propri target e aggregare l’attenzione militante dei “cittadini contro”, gli estremisti devono semplificare il linguaggio, eliminare le sfumature. E Internet amplifica questi meccanismi perché consente alle persone di rinchiudersi nel bozzolo di chi la pensa come loro, estraniandosi dal resto della società.
Uno degli intellettuali che ha meglio descritto i rischi di questa deriva è Lee Siegel, un intellettuale americano autore (nel 2008) di “Against the Machine”. Nel corso di un’intervista, che si svolse qualche settimana dopo l’uscita del libro, Siegel mi disse: “Internet favorisce l’isolamento. È il primo ambiente sociale nella storia che eleva l’individuo al di sopra della società, è la cristallizzazione di una tendenza che va avanti da tempo: dalla “me generation” alla cultura del narcisismo. Quando sei su Internet clicchi sollecitato dai tuoi impulsi, senza inibizioni. Sei solo, tu e le tue dita. Come si fa a non collegare queste dita che cliccano sulla tastiera con le dita che negli Stati Uniti sempre più spesso vengono usate per ammazzare senza ragione? Io credo che le stragi di massa a cui assistiamo abbiano a che fare con l’isolamento e l’alienazione della gente”.
Il quadro descritto da Siegel è solo un frammento della verità. Sul web ogni giorno nascono migliaia di comunità di cittadini che discutono in modo proficuo e costruiscono relazioni positive. Ma il lato oscuro della rete esiste. Molti pensano che la messe di informazione disseminata sulla rete non porterà affatto al trionfo della democrazia ma al contrario alla divisione della società in tribù sempre più settarie, dove ciascuno – non potendo materialmente esplorare l’immenso mare del web – si isolerà all’interno di percorsi precostituiti, che rafforzeranno le negatività anziché spingere ad assumere atteggiamenti di confronto dialettico. Harry R. Lewis, docente di computer sciente ad Harvard, sostiene che “il web incoraggia l’omofilia, cioè la nostra naturale tendenza a cercare preferibilmente ciò che già sappiamo e ad associarci con persone che la pensano come noi. […] Persino il sistema di raccomandazioni di Amazon […] ci spinge a occuparci sempre più di argomenti che già conosciamo, anche se la nostra natura umana ammetterebbe anche la xenofilia, cioè la capacità di indagare su cose di cui sappiamo poco”.
Paradossalmente, nel mare indistinto dell’informazione in rete, molti si rinchiudono nel ghetto delle persone che la pensano come loro, e questo meccanismo polarizza le opinioni e rinforza gli estremismi. Che si tratti delle pericolose argomentazioni di Pamela Geller e di Robert Spencer, o delle incolte e orrende bestialità del leghista Mario Borghezio.

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