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2 Agosto Ago 2011 1448 02 agosto 2011

In questi Usa Reagan e Obama andrebbero a braccetto

Paul Krugman la considera “una catastrofe politica per i democratici”. Non ha torto. L’accordo bipartisan appena raggiunto prevede un innalzamento del tetto del debito di 2400 miliardi, in cambio di 3000 miliardi di tagli alla spesa pubblica. In pratica: si taglia il welfare, si lasciano intatte le spese militari e non si prevede alcun aumento delle tasse ai più ricchi, quell’uno per cento della popolazione che ogni anno si porta a casa il 24% del Pil. Il ricatto del Tea Party ha funzionato: per evitare la catastrofe del default, Obama ha dovuto sottoscrivere un accordo devastante.
Quindi ha ragione Krugman: si tratta di una catastrofe per i democratici e di una vittoria per la destra radicale. E non solo perché togliendo ossigeno alla spesa pubblica si deprime ulteriormente l’economia e si spiana la strada a una possibile vittoria repubblicana alle elezioni del novembre 2012. C’è dell’altro.
Uno dei più noti autori di satira degli Stati Uniti, Bill Maher, riassume così la situazione: “Il dibattito in corso è tra il centrodestra (i democratici) e la destra più estrema (il partito repubblicano)”. Un paio di giorni fa il New York Times scriveva che Obama ha “adottato il linguaggio dei repubblicani e in qualche caso la loro politica”. Il presidente più liberal dai tempi di Jimmy Carter sta assumendo i panni dell’ultramoderato per sopravvivere all’ondata di destra che sta montando.
La catastrofe generata dalla debolezza di Obama è soprattutto culturale. Sta accadendo qualcosa negli Stati Uniti, per effetto della crisi economica, a cui noi europei dovremmo guardare con attenzione. Non è esatto dire che è in atto un generale spostamento a destra. È forse più preciso affermare che è in corso un rapido spostamento verso posizioni individualiste. Mentre i cittadini chiedono uno stato più piccolo e meno interventista, sempre più numerosi si dichiarano a favore dei diritti dei gay ma anche di quello a girare armati. Il Christian Science Monitor, in una straordinaria analisi pubblicata di recente, fa notare che la maggioranza degli americani si sta spostando sulle posizioni che furono di Barry Goldwater, il candidato che nel 1964 fu sconfitto da Lindon Johnson, e che allora era considerato alla stregua di un fascista. Oggi sia Goldwater sia Ronald Reagan sembrerebero due moderati rispetto agli esponenti del Tea Party, che esprimono un populismo anti-establishment che sta dilagando nel paese.
Secondo Gallup, già l’anno scorso 40 americani su cento si definivano “conservatori”, 35 moderati e 21 liberal. Un altro sondaggio, effettuato nel febbraio di quest’anno, ha stabilito che in tutti gli Stati americani il numero di conservatori supera quelli dei liberal: persino nel Vermont, che gli americani considerano uno stato di socialisti. L’aumento delle ineguaglianze sociali non provoca reazioni di rigetto, al contrario, viene considerata sempre più normale da una cultura che vede negli individui l’unica soluzione ai problemi.
Sono i giovani a dare il segnale di questa tendenza. Nel 2008 furono loro l’asso della manica che consentirono a Obama di trionfare: il 66% dei giovani votarono per lui. Ora il gradimento tra i giovani sta andando a picco: solo il 53% si dichiara soddisfatto della sua presidenza, contro il 41% della popolazione generale, un dato molto preoccupante per la Casa Bianca.
La percezione collettiva è che la spesa pubblica abbia creato apparati elefantiaci, burocrazie inefficienti, spese inutili invece che generare crescita e nuova occupazione. Da qui è partita la rivolta contro “la casta americana”, quella politica e quella economica. Tre anni fa gli elettori avevano creduto a Obama quando diceva che avrebbe cambiato Washington. Oggi si spostano verso i radicali del Tea Party per combattere contro la politica di Washington e contro Wall Street.
Partita persa dunque per Obama nel novembre 2012?
Ovviamente no, per varie ragioni. La prima è rappresentata dai recenti sondaggi. In quelli più recenti Obama perde (di misura) se messo di fronte a un generico “candidato repubblicano”. Ma vince sempre, e con un discreto scarto, quando gli elettori devono scegliere tra lui e uno dei candidati alle primarie: Mitt Romney, Michelle Bachmann, Rick Perry… Certo, siamo ancora lontani dalle elezioni, e i candidati repubblicani non hanno ancora avuto il tempo di farsi conoscere. Bisogna aspettare.
Ma qui emerge un elemento di debolezza del fronte conservatore che l’anno prossimo potrebbe contare parecchio. Il populismo del Tea Party piace molto a una parte della middle class frustrata ma non convince Wall Street perché i tagli alla spesa pubblica rischiano di indebolire l’economia. D’altra parte è ovvio che il furore anti-establishment non sia gradito all’establishment. Così, è probabile che Obama riuscirà ancora una volta a surclassare gli avversari nella raccolta fondi. E i soldi, nelle campagne elettorali, contano parecchio.

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