Mambo
9 Agosto Ago 2011 0840 09 agosto 2011

Il doppio fallimento di Tremonti e Bossi

Le esternazioni estive di Bossi e i suoi incontri con Tremonti hanno sempre eccitato la curiosità dei notisti politici. Una frase sgangherata del leader padano o l’intensità delle affettuosità fra lui e il ministro del tesoro servivano a misurare la temperatura della maggioranza e la forza del governo. I due ci hanno provato anche ieri. Si sono visti e hanno parlato a lungo. Bossi ha anche detto la sua sulla crisi, sulla Bce e altra roba. Credo, però, che tutti abbiano avvertito l’improvvisa fatuità di questa sceneggiata nordista. D’improvviso, la crisi ha svelato quanto di vecchio ci sia nella politica italiana che viene macerato dopo ogni bollettino di Piazza Affari.

Giulio Tremonti e Umberto Bossi
Bossi è un leader vecchio e stanco che avrebbe bisogno di trascorrere in serenità la sua vecchiaia. Tremonti è la delusione cocente, nell’ordine, di quelli che credevano che nel governo ci fosse un lungimirante intellettuale e che la cultura socialista avesse trovato nuova linfa a destra. Invece sotto i colpi di spazzola dei mercati finanziari, ma senza godimento alcuno, la cronaca ci ha restituito il solito teatrino agostano in cui i due padani si sono incontrati nell’indifferenza generale e il loro incontro non provocherà alcun effetto politico.

Il crollo dei due personaggi che hanno dominato, con Berlusconi, la politica italiana è giunto rapido ma non imprevisto. La Lega non è più la forza trainante del Nord e la bufera finanziaria rende anche più evanescente la sua proposta politico-programmatica, dal federalismo alla secessione. I padani sanno che in questo momento ci si sta occupando d’altro. Nulla di quanto promesso e pronosticato da Bossi ha ormai aderenza con la realtà. Stessa crisi di immagine investe il ministro che più si è speso in questi anni per rassicurare l’opinione pubblica sulla tenuta dell’economia rivelandosi alla fine inadatto a comprendere e a contrastare i morsi della crisi. Siamo di fronte, tecnicamente, a due falliti.

La loro debacle è resa più evidente dal fatto che sia l’uno sia l’altro siano ormai universalmente giudicati del tutto irrilevanti ai fini di determinare il corso della politica in caso di fuoriuscita di Berlusconi. L’affollarsi di democristiani, neo o antichi, sulle spoglie del berlusconismo è la sconfitta più amara per il ministro che scriveva sul "Manifesto" e per il leader che annunciava tracotante che non avrebbe mai più voluto convivere con Casini. Se il destino di Tremonti, politicamente parlando, appare segnato, quello di Bossi coincide con la sopravvivenza del proprio movimento. Nella Lega accade quel che avviene in tutte le strutture politiche autoritarie quando ci si rende conto che il leader è inadeguato ma si protrae la sua gestione del comando solo per garantire influenza e benessere ai suoi familiari e clientes.

La Lega è di fronte a questo bivio. Bossi è da mettere in soffitta ma questo può accadere solo se si apre una vera lotta di successione che incrini la rendita di posizione di chi lucra sul suo nome e sul suo passato carisma. C’è stata qualche avvisaglia di vivacità fra i lumbar ma ora tutto sembra sopito. In queste ultime ore, così, anche la stella del ministro Maroni si va appannando. Nell’immagine di complessiva inadeguatezza della politica italiana, e soprattutto della classe di governo, non si salva quindi alcuna figuretta. Tutti sembrano al di sotto del compito. Sono questi i momenti, invece, in cui emergono i leader veri che mostrano quel tenperamento che li segnala alla pubblica opinione come capaci di tenere il timone fra le mani. I titubanti, i fragili, i paurosi non hanno avvenire.

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