Fortezza Bastiani
10 Agosto Ago 2011 1108 10 agosto 2011

Per risolvere la crisi in Siria spunta la "via italiana"

C’è una “via italiana" alla soluzione della crisi in Siria. Roma è in prima linea tra le diplomazie internazionali nel richiedere a gran voce al regime di Assad di porre fine alle violenze, e rivendica la primogenitura di una linea di azione che ora sempre più paesi stanno abbracciando, dall’Europa all’America, per arrivare al Medio Oriente.

Lo racconta Aldo Amati, vicecaposervizio stampa del Ministero degli Esteri, con il quale abbiamo fatto il punto della situazione dopo il richiamo in patria di Achille Amerio, il nostro ambasciatore a Damasco. Una decisione che ha “fatto scuola”, e che ha spinto molte altre diplomazie straniere a rompere il silenzio e a schierarsi apertamente e senza remore contro la violenza del regime.

Amati, la decisione italiana di richiamare il proprio ambasciatore a Damasco è un segnale forte, in particolare se si considerano gli intensi rapporti commerciali intrattenuti con la Siria. «Di fronte ad un uso così massiccio della forza da parte del regime siriano abbiamo ritenuto doveroso richiamare il nostro ambasciatore per fare il punto, attraverso consultazioni e colloqui, in primis con il ministro Frattini. Il richiamo del nostro ambasciatore non costituisce un’interruzione dei rapporti diplomatici: la via del dialogo resta sempre aperta, ma è evidente che di fronte a questi scenari è inopportuno parlare di attività commerciali, di scambi economici e delle possibili ripercussioni su questi».

L’Italia è stata la prima ad assumere una presa di posizione così decisa, rompendo quello che da più parti dell’opinione pubblica internazionale era stato definito un silenzio imbarazzante delle diplomazie. Perché? «Abbiamo inteso dare un segnale forte dinanzi alla repressione nel sangue delle legittime rivendicazioni di maggiori libertà e diritti civili da parte della popolazione. Ci aspettiamo che adesso le autorità siriane facciano un deciso passo indietro».

Rompere gli indugi si è rivelata la mossa giusta? «La scelta italiana di una ferma condanna delle violenze è stata seguita dagli Stati Uniti, ma sulla stessa linea si sono mosse ieri anche Francia e Germania. Anche Bruxelles sta riflettendo sull’eventualità di incrementare le sanzioni nei confronti della Siria. Senza contare la significativa presa di posizione di Kuwait e Arabia Saudita, che come l’Italia hanno richiamato i rispettivi ambasciatori, ma anche del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ha chiesto a Damasco di interrompere l’escalation della violenza».

Si può parlare quindi di una vera e propria “linea italiana”? «Sì. Ed è anche una linea molto chiara e netta, che si articola su due principali direttrici. Nell’immediato, chiediamo di porre fine alle violenze: il regime deve cessare l’utilizzo della forza contro la popolazione civile. In secondo luogo chiediamo che venga aperto subito dopo il cessate il fuoco un serio tavolo di confronto tra il governo e le opposizioni, che possa portare all’apertura di un panorama politico pluralistico».

Non c’è il rischio che l’aumento della pressione da occidente provochi un intervento uguale e contrario da parte di Teheran, da sempre amica, alleata e sostenitrice della Siria di Assad? «Al momento la posizione dell’Iran è molto defilata. Nessuna tra le voci che riguardano presunti aiuti sottobanco da parte degli iraniani al regime di Damasco è stata confermata. E’ evidente quindi che il ruolo del governo di Teheran per il momento è quello di semplice spettatore: l’Iran resta a guardare in attesa di quelli che saranno i prossimi sviluppi. Nel frattempo, quello che avevamo auspicato e richiesto sin dall’inizio, ovvero una forte presa di posizione da parte delle diplomazie mediorientali, è finalmente avvenuto con le condanne di Kuwait, Arabia Saudita, Bahrain e Consiglio di Cooperazione del Golfo. Ci aspettavamo che i paesi arabi intervenissero, e così è stato».

Decisamente significativo, come sottolinea per i lettori de Linkiesta il nostro interlocutore alla Farnesina, è stato anche l’intervento della Turchia. Proprio ieri, infatti, il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha chiesto al presidente siriano Assad di porre fine alla repressione. La situazione resta tuttavia molto delicata. Secondo fonti accreditate, Ankara non esiterebbe un istante ad appoggiare azioni di forza contro la Siria sotto l’egida delle Nazioni Unite se le violenze non dovessero cessare. Molto potrebbe pesare anche la questione curda: «Se i turchi dovessero pensare che Damasco non è più in grado di garantire un controllo sulle frontiere – ci dice Amati - non è da escludere che da Ankara si decida di intraprendere iniziative importanti sul confine».

Ma in gioco ci sono gli equilibri di tutta la regione, Libano compreso, dove sono schierati anche i nostri militari che fanno da forza di interposizione ONU nella missione Unifil, al confine tra il paese dei cedri e Israele. Per il momento le violenze sono circoscritte alla Siria, ma il rischio di un disastroso effetto domino che sconvolga gli attuali equilibri e le alleanze trasversali trascinando in uno scontro aperto uno dopo l’altro tutti i paesi dell’area è tutt’altro che scongiurato.

L’auspicio delle feluche di mezzo mondo resta comunque quello che siano le pressioni diplomatiche internazionali a convincere la Siria a desistere dalla repressione e ad intavolare un dialogo con le opposizioni. Infatti, anche un’eventuale ricorso alla cosiddetta minaccia credibile dell’uso della forza, quella che per quasi cinquant’anni ha permesso alla Guerra Fredda di non sfociare mai in un conflitto aperto tra i paesi atlantici e il blocco sovietico, in questo preciso frangente rischierebbe soltanto di innalzare il livello della tensione, di per sé già alle stelle.

Ma per il momento il governo di Damasco sembra sordo alle richieste della comunità internazionale, e continua a perseguire l’obiettivo di ripristinare l’ordine con l’uso massiccio delle armi. Secondo fonti diplomatiche occidentali, anche il cambio al vertice della Difesa siriana sarebbe stato motivato proprio dal fatto che l’ex ministro Alì Habib si sarebbe mostrato riluttante a perseverare lungo la via della repressione militare. E il bilancio delle vittime continua a salire vertiginosamente: nella sola mattinata di ieri l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria ha affermato, citando testimoni sul posto, che dopo l'uccisione di una donna e di un giovane, almeno 15 altri civili sono stati uccisi in diversi quartieri di Dayr az Zor, capoluogo sull'Eufrate della regione orientale al confine con l'Iraq.

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