David Bidussa
Storia Minima
24 Agosto Ago 2011 0850 24 agosto 2011

Quella liberazione che non è la libertà

Perché farsi impressionare dalla testa della statua di Gaddafi trascinata per le strade o ridotta a uno sgabello per appoggiarci i piedi? Non è una scena che abbiamo visto molte volte in questi anni? Io mi chiederei, invece: perché non siamo in grado di comprendere chi prenderà il suo posto e brancoliamo nel buio? Certo si potrebbe rispondere che anche nel caso libico l’atteggiamento è stato quello della piaggeria, della compiacenza. Come non ricordare la lectio magistralis; le guardie amazzoni; la tenda a Villa Pamphili a Roma, ma prima anche a Parigi, nel dicembre 2007 con gli omaggi di Nicolas Sarkozy fresco di elezione presidenziale; a dimostrazione che nemmeno il più strenuo sostenitore europeo della rivolta è poi privo di precedenti imbarazzanti)? Una realtà che sembrava più vicina al carnevale di Viareggio che non alle regole del protocollo diplomatico. Non era il secolo scorso (che comunque non sarebbe un tempo così lontano) era appena 26 mesi fa, ovvero il giugno 2009.
Ma la domanda sul dopo resta cruciale resta e resta non perché il mondo arabo sia incomprensibile, impenetrabile, o esotico. Resta perché con tutto il suo apparato di perline e lustrini, che faceva di Gaddafi una via di mezzo tra il pappa di quartiere e la decadenza dell’ultimo Elvis Presley, noi qui abbiamo dato per scontato non solo che fosse eterno, ma abbiamo agito perché rimanesse eterno.
In breve nessuno ha contribuito perché si creasse o si costruisse una classe politica dirigente alternativa. Ragion per cui non è così improbabile che in tempi che non sappiamo prevedere, ma non così lontani, torni a ripresentarsi un populismo nazionalista, etnocentrico, vittimario, violento, a vocazione totalitaria. Non perché così è il mondo arabo. Perché così sono quei processi che non sono preceduti e accompagnati dalla costruzione di una classe politica laica. Per comprenderlo non bisogna attraversare il Mediterraneo, è sufficiente restando in Europea, spostarsi ad Est di un migliaio di chilometri e riflettere con rigore e senza autogiustificazioni con ciò che sta avvenendo in Ungheria.

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