Una panchina, un libro
31 Agosto Ago 2011 1246 31 agosto 2011

Ian McEwan, Solar, Einaudi, 2010

Mi chiedo se io stia attraversando una preoccupante fase di pessimismo in fatto di narrativa anglosassone contemporanea o se, complice la crisi globale, come per il cinema, anche i migliori romanzieri inglesi e americani non abbiano perso creatività, immaginazione, capacità di stupire, pur conservando formidabili tecniche di scrittura e di costruzione del prodotto. Così mi è sembrato con i recenti lavori di Franzen e Auster e così mi pare con questo ultimo lavoro di Ian McEwan, di gran lunga inferiore ad Amsterdam , Espiazione e persino al meno riuscito Chesil Beach.

In Solar, McEwan mescola sapientemente elementi vecchi e nuovi per produrre un romanzo che, malgrado alcuni episodi isolati, mi ha lasciato a bocca asciutta. Il “vecchio” sta nella scelta del protagonista, il solito professore universitario – questa volta Michael Beard un fisico di 53 anni, insignito del Nobel molti anni prima e rimasto seduto sugli allori – così simile a tanti professori à la Bellow, Updike, Roth e quant’altri. Sposato più volte (ben cinque), donnaiolo di successo (malgrado calvizie,bassa statura e pinguedine), benestante grazie ai compensi da conferenze, advisory board ecc ecc, fa parte di un’elite intellettuale, affamata di successo e soldi, che oggi appare sempre più lontana dalla realtà di chi non vive di sola accademia. Non solo: Beard è antipatico, immorale, cinico e narcisista. Per cui il lettore fa veramente fatica a interessarsi alle sue misere vicende di Nobel scaduto.

Il “nuovo” di Solar (ma già un po’ usato, ad esempio nel recente Franzen) sta nel tema ecologico. In questo caso il riscaldamento globale, le energie rinnovabili, le green issues che stanno tanto a cuore a Obama , forse pure a Cameron (McEwan è inglese), e in generale ai candidati in campagna elettorale, per poi essere convenientemente dimenticate. Può darsi che anche gli editori pensino che l’effetto serra faccia vendere, visto che, a dispetto del titolo, il coinvolgimento di Beard in questo particolare campo scientifico anziché in un altro è abbastanza irrilevante agli effetti della storia.

Il “nuovo” sta anche nel fatto che per la prima volta McEwan si cimenta in un romanzo comico – con il quale ha vinto il Bollinger Everyman Prize for Comic Fiction . Una comicità che, se non fosse entusiasticamente celebrata sul retro di copertina, ho stentato a cogliere. A parte un episodio alla ridolini ambientato durante un’improbabile costosissima gita ricreativa di scienziati nell’Artico in cui il nostro eroe rischia di brutto la castrazione, il lato comico resta molto understated, nella più pura tradizione inglese.

Infine “nuovo” è lo sviluppo da thriller , che chiude il primo capitolo ambientato nel 2000. La svolta noir , del tutto inaspettata, e descritta minuziosamente in ogni particolare di rilevanza indiziaria, promette bene, fin troppo. In realtà finisce lì , con conseguenze marginali per le vicende di Beard nel 2005 e nel 2009 –cui si riferiscono gli altri due capitoli dove, a parte un Beard sempre più grasso , avido, fisicamente mal messo, e accusato di plagio, le cose stanno più o meno come nel 2000. Arrivati stancamente alla conclusione, siamo felici di lasciare il professore al suo scialbo destino.

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