Google e gli altri
2 Settembre Set 2011 0910 02 settembre 2011

Quello che vuole la tecnologia

Codice Editore ha da poco pubblicato la traduzione dell’ultimo libro di Kevin Kelly, Quello che vuole la tecnologia. Il testo originale risale al 2010, quindi in questo caso la versione italiana è sopraggiunta in maniera abbastanza tempestiva da proporre al pubblico i temi che il fondatore di Wired ritiene di maggiore rilevanza quando essi sono ancora attuali.


La riflessione di Kelly rientra nel dibattito sull’evoluzionismo post-darwiniano, che coinvolge sia l’ambito biologico della genetica, sia quello culturale della memetica. L’assunto che domina il libro è che esista una teleologia spontanea sia nello sviluppo naturale, sia nel progresso tecnologico – e che si debba di conseguenza abbandonare la convinzione che il percorso dell’evoluzione sia dettato dalla combinatoria di caso e selezione per adattamento all’ambiente. E’ una tesi che potrebbe urtare un biologo ortodosso con l’energia di uno schiaffo fino a farlo rotolare giù dalla sedia. La natura ha delle intenzioni che applica nel corso della storia; e anche la tecnologia delibera il corso del suo avanzamento in modo indipendente dalla volontà dell’uomo. Pur con molta prudenza, il discorso di Kelly attribuisce alla natura delle inclinazioni che determinano in modo necessario il cammino evolutivo: se potessimo riavvolgere la pellicola della storia e se ripartissimo da big bang un’altra volta, o altre infinite volte, gli esseri viventi che verrebbero a popolare il mondo non presenterebbero caratteristiche morfologiche e anatomiche molto diverse da quelle che vediamo nella nostra realtà. Le prove sono scelte dall’archivio sempre più vasto di dati raccolti negli ultimi decenni sulle ramificazioni degli alberi genealogici delle specie animali e vegetali. Scopriamo quindi che gli occhi e le ali si sono presentati in modo del tutto indipendente in luoghi e in specie che non hanno progenitori in comune, e che quindi hanno “inventato” queste tecniche di sopravvivenza in modo autonomo, ma con le stesse proprietà di anatomia e di funzione. Volare e vedere sono inclinazioni necessarie della natura, che si sarebbero manifestate comunque – o almeno questa sembra essere l’indicazione che emerge dall’esame dei dati statistici.


D’altra parte, come insegna Dawkins, il discorso sulla selezione naturale non riguarda né le specie né gli individui, ma l’informazione del codice genetico. Il protagonista della lotta per la conservazione e dell’evoluzione non è una singola pianta o un singolo animale, né la loro classe tassonomica, ma il DNA che si riproduce attraverso di loro, e che si garantisce la permanenza attraverso la loro sopravvivenza. La tecnologia non è che una nuova fase dello stesso processo: l’informazione ha individuato una strategia ancora più efficiente per organizzarsi e per sopravvivere. Lo dimostra, secondo Kelly, il fatto che anche la tecnologia manifesti la stessa tendenza a strutturarsi in un organismo, ad avere inclinazioni e a prospettare uno sviluppo necessario, non vincolato né dal caso né dalle intenzioni degli uomini – nemmeno gli inventori stessi. La lampadina è stata inventata “per la prima volta” almeno 6 volte, e di queste la configurazione di Edison non è stata che l’ultima. Sempre Edison, aveva immaginato per il fonografo un destino collegato alle attività di gestione di impresa; ha accolto suo malgrado e senza alcun entusiasmo la deriva della sua invenzione verso il consumo di musica e la creazione di un intero nuovo mercato, con tutte le conseguenze tecnologiche di questa rivoluzione. O Edison era molto distratto, o la tecnologia segue un percorso che ha le sue proprie tendenze e che può essere scoperto solo post rem anche dai suoi inventori. Kelly propende per la seconda ipotesi.


La tecnologia non è un insieme disgregato di oggetti, dispositivi e strumenti: è un sistema, tale per cui prima compaiono le centrali elettriche, il computer e il cellulare, poi possono – e devono, in qualche modo – affacciarsi anche l’iPod e l’iPhone. Non importa se i loro genitori saranno la Apple e Steve Jobs o qualcun altro, né se il lettore di musica sarà bianco o di un altro colore; ma prima o poi l’mp3, la musica digitale con i suoi formati compressi e i suoi dispositivi di ascolto (e i suoi pirati) sarebbero comunque emersi – è meglio che la EMI se ne faccia una ragione.


Tutto questo sembra essere una rivincita di Hegel, in cui la tecnologia e la natura appaiono con le proprietà dello spirito assoluto, avendone solo dismesso il nome fuori moda: sono il soggetto e la sostanza della loro storia. Decidono la direzione che deve assumere il loro sviluppo, lo incarnano con le specie viventi e gli apparati tecnici, muovendosi alle spalle inconsapevoli degli uomini. Una reincarnazione delle astuzie del Geist. Ma in questa trasfigurazione compiuta da Kelly, inconsapevole quanto quella degli inventori tecnologici, lo spirito di Hegel si è tramutato in uno spettro, quello dell’economia che si aggira nella veste dei modelli della teoria dei giochi. Ogni informazione determina un comportamento, che viene valutato sulla base del suo contributo alla generazione di una situazione di equilibrio: l’evoluzione non è il trionfo del più forte, ma la storia del fitting economico, con la sua dialettica di vantaggi sul breve e sul lungo corso.


Sebbene l’evoluzionismo economico abbia spedito in pensione anticipata sia il servo, sia il padrone, sia le rispettive coscienze, una delle proprietà essenziali della visione hegeliana è stata conservata nella revisione di Kelly: la sua grande forza giustificazionista. Se il decorso degli eventi è inevitabile, allora la comprensione e l’approvazione tendono a coincidere. L’obiettivo finale del libro è convincere il pubblico non solo ad accettare il progresso tecnologico, ma anche ad amarlo e a desiderarlo – al di là di qualunque dubbio sulle possibili implicazioni negative che i suoi dispositivi possono comportare. L’avanzamento del sistema tecnico implica in modo automatico una diversificazione e un’amplificazione delle possibilità che si aprono all’uomo: lo dobbiamo volere perché la sua portata è rivoluzionaria, dal momento che la tecnologia non si limita ad alleviare la fatica, ma produce l’apparizione di nuovi fatti, genera eventi che altrimenti sarebbero stati impossibili.


La prospettiva indicata da Kelly è quindi quella di una tecnologia che è l’amore per un destino inevitabile. L’informazione procede seguendo un cammino necessario, che avanza da un’indistinzione primigenia verso un’articolazione e una specializzazione sempre maggiore. Nel passaggio dalla dimensione biologica a quella artificiale guadagna in velocità, incrementando la propria crescita quantitativa e la propria capacità rigenerativa secondo un fattore che obbedisce alla legge di Moore: un raddoppio ogni 18 mesi anziché in decine di migliaia di anni.


La fede in un percorso obbligato della storia non è un’eccentricità di Kevin Kelly, ma un punto di vista molto diffuso nella cultura americana. L’universo intero a partire da big bang ha faticato strenuamente per raggiungere come bersaglio finale la civiltà tecnologica ed economica degli Stati Uniti attuali. Kelly in fondo applica alla sua cultura la stessa distorsione di prospettiva che di volta in volta è stata individuata da tutte le nazioni egemoniche. La prudenza di Jay Gould che invitava a vedere nelle ricorsività statistiche un insieme di significati che noi ci sentiamo spinti ad attribuire ai dati è andata perduta: non c’è più spazio per il dubbio critico sulla variabilità dei modi in cui si può segmentare il decorso storico, sull’arbitrarietà dell’assegnazione dei confini a fatti e fenomeni, sulla molteplicità delle interpretazioni. Il futuro promette molti più avvenimenti e molte più possibilità, ma il loro significato è unico e predefinito – dall’informazione, dalla natura, dalla tecnologia, da Kelly e dalla sua cultura.


Naturalmente fino a quando la necessità storica compare in un libro di analisi critica lo scandalo si limita ad essere intellettuale. Ma una cultura abituata a concepire i propri modelli come inevitabili come può pensare di trovare alternative ad una concezione economica che si regge sullo sfruttamento senza fondo delle risorse del pianeta e sull’ipoteca del futuro con un debito inestinguibile? O meglio: vogliamo noi, spodestati dalla tecnologia, affidarle razionalmente un compito simile?

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