Una panchina, un libro
6 Settembre Set 2011 0742 06 settembre 2011

Emma Donoghue, Stanza, letto, armadio, specchio. Mondadori, 2010

Oggi ho cinque anni. Ieri sera quando sono andato a dormire dentro Armadio ne avevo quattro, ma adesso che mi sono svegliato su Letto, al buio, abracadabra: ne ho compiuti cinque. Prima ancora ne avevo tre, poi due, poi uno, poi zero. “Sono mai andato sotto zero”?. “Eh?” Ma’ si stiracchia tutta. “Lassù in Cielo avevo meno un anno, meno due, meno tre?”. “No, no, il conto è cominciato solo quando sei atterrato qui”. “Da Lucernario. Eri tanto triste fino a quando sono capitato nella tua pancia”


L’incipit di questo romanzo non poteva essere più intrigante, anche se il titolo lascia già intendere l’ambiente claustrofobico che domina la narrazione. Non c’è spazio dove vivono Jack, l’io narrante di cinque anni, e sua mamma. Ma quel che è peggio, non vi è via di uscita. Da sette anni infatti Ma’ (non conosceremo mai il suo vero nome, quasi che la sua identità si fosse formata solo con la nascita di Jack) è prigioniera del suo rapitore che l’ha sequestrata diciannovenne in un specie di bunker insonorizzato di nove metri quadri . Jack è nato lì e tutto il mondo che conosce è racchiuso in Stanza. Ma Jack è felice: Armadio, Tappeto, Muro, Letto, Matita,Lampada, WC, Bagno, Porta,per non parlare dei giochi che costruisce con Ma’ e i cinque libri per l’infanzia che leggono insieme, gli tengono compagnia come veri amici fedeli (Jack li chiama senza utilizzare l’articolo poiché hanno nomi propri con la maiuscola). E poi ci sono le gare di corsa intorno al letto, il trampolino sul materasso, gli esercizi per gli occhi, le parole “sandwich” (come “spavoso” – spaventato+coraggioso) e le meravigliose storie che l’inesauribile Ma’ gli racconta. Jack non sa cosa sia la prigionia: è convinto che Stanza sia una specie di navicella spaziale e che all’esterno di Lucernario vi sia solo l’immensità del Fuori. Guarda la TV ma per lui tutto ciò che è trasmesso - persone, oggetti, situazioni - proviene da altri pianeti . Per Jack è reale solo ciò che esiste in Stanza. Un mondo nato dalla fantasia di una madre che a tutti i costi vuole preservare la serenità del figlio “normalizzando” le condizioni di cattività in cui entrambi si trovano. Un meccanismo psicologico molto affine a quello messo in scena nel film La vita è bella dove il campo di concentramento non è altro che un meraviglioso gioco fra padre e figlio. Una “bugia” che rappresenta il supremo sacrificio per un genitore: continuare a vivere trasfigurando la realtà infernale in un mondo sostenibile senza descriverla mai come tale. Perché per Ma’ la stanza è sempre con la minuscola e cioè una prigione, il luogo in cui di notte è costretta a incontrare il suo stupratore ( e padre di Jack), mentre il bimbo si chiude in Armadio e conta i cigolii di Letto. Si leggono tutto d’un fiato le pagine che descrivono la quotidianità simbiotica di madre e figlio in Stanza . Attraverso la sua straordinaria conoscenza della mente infantile, Donoghue compie il capolavoro di dare una dimensione ludica a particolari che ci farebbero inorridire se non fossero visti con gli occhi di un Jack precoce, pieno di inventiva, e, paradossalmente, di gioia di vivere. Ma, la cattività, seppure inconsapevole, lascia i suoi segni. E in alcuni momenti il linguaggio di Jack - persino alcuni suoi processi mentali- mi hanno ricordato l’autistico Cristopher ne Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, dove l’autore Mark Haddon si immedesima in un altro giovane imprigionato, questa volta in se stesso. A poco più di un terzo del romanzo la trama svolta (non vi voglio svelare come) senza che Donoghue perda ritmo e capacità introspettiva. Ma quelle prime 167 pagine restano impagabili.
Stanza, letto, armadio, specchio è entrato nella short list del Man Booker Prize 2010, assegnato successivamente a l’Enigma di Finkler di Howard Jacobson.



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