Una panchina, un libro
9 Settembre Set 2011 0720 09 settembre 2011

Helena Janeczek, Le rondini di Montecassino, Guanda, 2010

Helena Janeczek è figlia di ebrei polacchi sopravvissuti alla Shoah ed emigrati in Italia. Rappresenta la generazione della memoria, quella i cui genitori, scampati alla morte, per sopravvivere dopo tanto inferno, hanno voluto stendere un velo di silenzio sugli orrori che hanno vissuto. Così Janeczek, come tanti suoi coetanei di religione ebraica (pensiamo a Mendelsohn e il suo bel libro Gli scomparsi) si è assunta la missione di ricostruire la micro-storia di persone coinvolte, fra il 1933 e il 1945, nel triplice tsunami di guerra, nazismo e stalinismo.

Sebbene abbia dedicato il libro al padre, Janeczek non ci narra la sua storia: salvatosi dalla deportazione fuggendo e nascondendosi, egli non ha mai voluto rivelare nulla di quegli anni di fuga forzata, mentre alcuni pochi "fortunati", come l’amico di famiglia Emil Steinwurzel - successivamente approdato in Italia - hanno avuto la possibilità di contribuire attivamente a combattere i tedeschi :

…credo di aver fatto bene a non chiedergli mai niente, e so che farò sempre di tutto per non dire come è riuscito veramente a salvarsi e alla fine poter diventare quel padre che ho amato e che amo per tutto quello che è stato, così come per tutto quello che avrebbe voluto essere. Questo libro è per lui, mio padre, mio soldato immaginario, come e per Emil Steinwurzel, che pur avendo combattutto veramente non ha mai raccontato nulla di sé né a sua moglie né ai figli…

Così, in omaggio alla segreta lotta per la sopravvivenza di suo padre, Janeczek ci narra la storia di Emil, detto Milek. In realtà le prove documentali sul passato di Milek sono minime, ma Janeczek attraverso l’immaginazione colma il vuoto di informazioni e “costruisce” il percorso di questo giovane ebreo polacco nel più vasto quadro dell’espansione del nazismo in Europa e del rovesciamento dell’alleanza con Stalin. Arruolatosi poco prima dell’invasione sovietica nel 1939, Milek , come tanti soldati del suo paese, viene deportato dai russi in Siberia e poi, quando Hitler attacca la Russia nel 1941, entra nella Seconda Armata polacca del generale Władysław Anders. Schierato a fianco degli alleati, Anders – e con lui Emil - sferra nel 1944 l’ attacco decisivo che segnerà la vittoria alleata a Montecassino.

A Montecassino gli alleati combatterono ben quattro sanguinose battaglie contro i tedeschi . Janeczek le ricostruisce scegliendo come punto di vista quello dei “figli di un dio minore”, vale a dire gli eserciti che, come i polacchi, hanno dato un sostanziale contributo allo sforzo bellico alleato senza trovare nella Storia (con la s maiuscola) un adeguato riconoscimento: indiani, marocchini, algerini, ghurka, maori. Si tratta di storie individuali che non hanno lasciato traccia, come quella del soldato maori Charles Maui Hira e dei suoi commilitoni che parteciparono alla seconda e terza battaglia di Montecassino, e come quella del texano John Wilkins, ucciso nel primo terribile confronto con i tedeschi.

Lo stile e la scrittura di Janeczek hanno uno spessore insolito nel panorama contemporaneo degli autori in lingua italiana – uno spessore tale da risolvere felicemente il difficile equilibrio fra immaginazione e storia. Tanto più che il lavoro di ricerca da parte dell’autrice sugli avvenimenti dell’epoca è evidente. Convince meno la struttura del libro: i singoli capitoli reggono (particolarmente bello quello iniziale dedicato al sacrificio di Wilkins ) ma il legame fra l’uno e l’altro è talmente labile da creare nel lettore qualche problema di continuità. E’ come se Janeczek avesse troppo da dire, fra elementi personali, digressioni metodologiche, prospettiva storica, memoria e connessioni con il presente. Così la testimonianza della moglie di un cugino della madre, Irena Levick, scampata ai lager nazisti perché deportata in Siberia, quand’anche affascinante nella sua tragicità, avrebbe potuto far parte di un libro a se stante. Mentre le vicende contemporanee dei due studenti romani, di origine polacca l’uno e indiana l’altro, mi sono sembrate francamente di troppo.

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