Una panchina, un libro
15 Settembre Set 2011 0656 15 settembre 2011

Magda Szabò, La notte dell'uccisione del maiale, Edizioni Anfora, 2011

Titolo originale: Disznótor. Traduzione dall'ungherese di Francesca Ciccariello

Per i cultori di Magda Szabò questo romanzo appena pubblicato da Edizioni Anfora è irrinunciabile. Ma per chi si accosta per la prima volta alla grande scrittrice ungherese non è il libro con cui iniziare la conoscenza. Pubblicato in Ungheria nel 1960, a soli due anni dalla liberatoria ottenuta dal regime comunista , che nel 1949 le aveva proibito di scrivere e l’aveva licenziata dal suo incarico al Ministero della Religione e dell'Educazione, La notte dell’uccisione del maiale racchiude tutte le peculiarità che gli afficionados della Szabò si sono abituati a riconoscere . Ma la struttura, il numero di personaggi “rilevanti” (almeno quindici), i repentini salti temporali e persino quell’ atmosfera di suspense, abilmente creata spargendo una gran messe di indizi , alcuni dei quali volutamente sibillini, richiedono un lettore estremamente fedele e attento. Perché con Szabò non ci si deve scoraggiare dinanzi a passaggi apparentemente oscuri : andando avanti è probabile che riveleranno il loro significato. Così La notte dell'uccisione del maiale è uno di quei libri, che, appena letti, si dovrebbero riaprire dall’inizio per apprezzare quanto l’epilogo fosse già ravvisabile dalle prime pagine.


L’azione si svolge a Debrecen, la città natale di Szabò, ed è incapsulata sull’arco di 24 ore, dalle sei di pomeriggio del 15 dicembre 1955 alla sera del giorno dopo. Siamo in pieno regime comunista (un anno dopo i russi reprimeranno sanguinosamente l’insurrezione anti-sovietica della popolazione) ma continui flash-back riportano la storia al periodo fra le due guerre mondiali in cui il Paese oscillò fra fascismo e comunismo - anni vissuti dalla stessa Szabò, nata nel 1917. In diciassette capitoli , la scrittrice dipinge i membri di due grandi famiglie, i Toth e i Kemery agli antipodi per lignaggio e censo. I primi, di origini artigiane, fabbricanti di sapone da generazioni, nei terribili anni Venti furono costretti alla fame e a vendere la loro licenza . I Kemery, nobili decaduti, nello stesso periodo videro le loro proprietà svanire prima con il gioco d’azzardo del nonno, poi con l’esproprio proletario da parte del regime comunista. La storia delle due famiglie è scandita dalla violenza, dalla sofferenza, dall’iniquità e, soprattutto dall’ incomunicabilità all’interno dello stesso clan familiare, dominato da due figure matriarcali forti, autoritarie e vendicative. Il matrimonio fra Janos Toth e Paula Kemery, osteggiato fin dal’’inizio, è l’elemento scatenante: pur durando da oltre due decenni, si rivelerà una bomba a orologeria destinata a scoppiare proprio nel fatidico giorno dell’uccisione del maiale. Ogni capitolo è dedicato a un personaggio diverso e alla sua visione degli altri protagonisti. La narrazione procede quindi un po’ come un puzzle: l’ inizio in medias res è sconcertante, ma, grazie alle tessere che si aggiungono via via, il quadro si chiarisce nei suoi contorni sempre più tragici.


Interessante che in questo, come in molti romanzi della Szabò, gli uomini appaiano per lo più deboli, quand’anche generosi e buoni, mentre le donne, dure, calcolatrici , e soprattutto, determinate, sono il vero motore della storia. Ad esempio Paula (Polika) che per certi versi ricorda Eszter, nel romanzo omonimo:


a Polika piaceva se qualcuno strillava dal dolore o dalla paura, perché lei stessa non faceva mai un fiato né per le botte né per un rabbuffo...


Se un giorno un gruppo avesse provato a rovesciare il sistema Polika avrebbe combattuto insieme agli uomini e salita sul tetto degli edifici pubblici avrebbe strappato la bandiera.


Per Szabò sono le donne a prendere l’iniziativa, a battersi per rovesciare un destino apparentemente ineluttabile, a cercare la vendetta. Nel libro in questione, persino la timida Iboly, cognata di Janos, figlia di uno spazzacamino, rivela una durezza inaspettata e avrà un ruolo fondamentale nel tragico epilogo della storia. Unica eccezione alla regola è la giovane e dolce Veronka, sorella di Paula, dotata di grande empatia e amore per il prossimo, che, pur essendo scomparsa da tempo in circostanze drammatiche, aleggia come un fantasma nel corso della narrazione – un personaggio “classico” nei romanzi della Szabò così simile alla sorellastra Cili, delineata nell’autobiografia Per Elisa.
Nella quarta di copertina , la stessa Szabò ci ricorda le tribolazioni patite per la sua “insolenza” nei confronti del sistema filo-sovietico – insolenza evidente anche in questo romanzo, che, spesso con ironia, dipinge una società caratterizzata da un egualitarismo di facciata dietro cui si annidano i privilegi della nomenklatura di regime.

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