La fanfara frenetica
27 Settembre Set 2011 1311 27 settembre 2011

Danilo Gallo, l'iconoclasta provocatore del Jazz Italiano e il Collettivo Gallo Rojo

Fate partire il video appena iniziate la lettura... così entrerete subito
nel mondo di questo speciale musicista.

Danilo Gallo personalmente, l'ho scoperto con Tinissima di Bearzatti.
Non vi nascondo che rimasi senza parole alla fresca e dinamizzante tensione emotiva
che quei quattro riuscirono a creare..

L'ho rivisto su Internet e l'ho seguito.

Gallo è una guida importante del nuovo jazz italiano,
che se ne frega di rischiare reazioni scomposte dal pubblico,
spesso poco avvezzo alla sperimentazion perché disabituato ,
e beatamente si schianta felice in luoghi musicali inusuali, dove riprende il bandolo di una matassa
che fa capo a Steve lacy, Ornette Coleman, Giuseppi Logan, il primo Paul Bley...

L'intervista che segue è molto importante per capire dove sta andando la nuova onda italiana.



Chi sei/ Da dove vieni?

Sono Danilo Gallo, chitarrista mancato, e quindi di conseguenza bassista,
contrabbassista e vengo da Foggia, profondo sud, dove nacqui nell'ormai lontano 1972.
Qualcuno dice che la musica è vita. Io dico che la vita è musica ovvero
tutto quello che faccio nella vita è legato in qualche modo alla musica.

Che musica sentivano i tuoi genitori?

I miei ascoltavano un po' di tutto, dalla classica (mia mamma era stata anche ballerina da ragazzina)
alla musica leggera italiana degli anni '60-70, insomma quella della loro gioventu'.
Ricordo poi dischi di Paul Anka, Perez Prado, il grande Harry Belafonte.
I miei non mi hanno mai "indirizzato" verso alcun genere di musica,
ma sempre lasciato libero poi di curiosare e ascoltare un po' di tutto.
Il Jazz non era frequente a casa pero', qualche volta saltava fuori Frank Sinatra o Bing Crosby....


Hai mai fatto musica da ballo?

Certo che si, la reputo la mia palestra di sempre!
Ore e ore di prove in una cantina puzzolente per imparare a suonare mazurke, polke, valzer,
fox trot e chi piu' ne ha piu' ne metta. Ore e ore di viaggio, giorno e notte in furgone per le strade,
i campings, i villaggi turistici, le balere del Gargano e della mia provincia,
monta/smonta impianto, strumenti, amplificatori, dormivo in tenda
quando andava bene, oppure rientravo a casa all'alba.
Lo rifarei.

Chi è stato che ti ha folgorato sulla via del Jazz?

Sono un ascoltatore onnivoro e curioso, son passato per tutti i generi,
appunto dal liscio, al rock (mia grande passione), al metal, alla new wave, al punk...
Da sempre ascolto un po' di tutto, negli anni della tarda adolescenza
ho divorato il rock inglese di fine anni sessanta-primi settanta,
questi ascolti mi hanno profondamente (s)colpito.
Contemporaneamente studiavo chitarra classica e mi interessavo a quell'ambito, ma,
come dicevo, ero anche attento a quello che accadeva nel pop, nell'elettronica,
nel punk, nella new wave... Ho suonato un po’ ovunque, dalle feste nelle balere,
alle rassegne alternative nei centri sociali della mia regione.

Al jazz sono arrivato relativamente tardi, avevo circa vent'anni
con una cassetta del Joe Pass trio che mi aveva prestato un amico che studiava "chitarra jazz".

Quella musica mi fulmino' letteralmente, soprattutto il suo suono acustico
fu per me una scoperta sensazionale.
Comprai per caso un contrabbasso utilizzando dei soldi che mia mamma
mi aveva regalato e che dovevano essere destinati all’acquisto di una piccola Panda usata:
tornai a casa con un contrabbasso, e fu quella la mia automobile per un paio d'anni!
Da lì ho intrapreso lo studio di questo strumento e l'interesse per questa
musica s'è consolidato, dapprima in una scuola privata ma poi continuando da solo.
Fondamentalmente sono un autodidatta.
Ho "studiato" ascoltando i dischi ed andando ai concerti.
Non ho pero' mai ascoltato con ossessione i bassisti.
Tuttora e' cosi'.



Se Mingus fosse vivo oggi secondo te che musica farebbe?

Farebbe la musica di Mingus nel 2011, una musica a noi sconosciuta.

E Miles?

Suonerebbe i brani dei Radiohead o dei Coldplay.
Potrebbe anche essere ospite nella band di Vinicio Capossela.



Ti ha influenzato di più Ornette Coleman o Dolphy?

Difficile dirlo. Ornette per me e' il massimo: soffro,
mi commuovo, gioisco, ballo, sorrido, canto ad alta voce e qualche volte, da solo, mi scappa uno "yeah!".
Dolphy, altrettanto, e' uno dei miei mentori, peccato abbia vissuto poco.

Una volta dopo un concerto a Torino, un signore piuttosto anziano del pubblico si avvicina e mi dice:
"Maestro, quando lei suona il contrabbasso, nel suo fraseggio, mi ricorda Eric Dolphy".
Credo sia stato uno dei piu' bei complimenti che mi sia mai stato fatto.



Zappa?

Ho un profondo rispetto per Zappa, genio assoluto,
ma non e' entrato mai piu' di tanto nelle mie corde.
Invece e' stato determinante ad un certo punto, e direi, folgorante,
il suo compagno di classe a scuola, un certo Don Van Vliet,
meglio conosciuto come Captain Beefheart

Guano Padano ha finalità eversive?

Si.
Ma le finalita' eversive non si svelano.
In realta' gia' il nome un po' lo e'.



El Gallo Rojo è un movimento collettivo oltre che un’etichetta?

A dire il vero l'idea iniziale era proprio quella di un'etichetta e venne a me e Zeno de Rossi,
in un tour musicale tra Messico e Perù.
Volevamo fondare un'etichetta che fosse innanzitutto indipendente ed originale
sia nella forma musicale che in quella comunicativa, come l'imprinting grafico,
per noi alla stessa stregua del contenuto musicale.
Tornati in Italia ne parlammo con l'amico Massimiliano Sorrentini,
grande batterista e valente grafico/illustratore/sognatore, ed altri amici musicisti,
cosi’ è nata prima l'associazione culturale e poi il collettivo musicale,
che all'inizio era composto da otto colleghi/amici. Il collettivo, quindi,
da quel momento e' diventato l'essenza del conjunto de El Gallo Rojo, ufficialmente dal 2005.
A distanza di piu' di 6 anni anni siamo diventati quindici, tutti musicisti tranne uno.
L'etichetta e' diventata a quel punto, come dicevo, solo una delle manifestazioni del collettivo,
la cui priorita' e' quella di sviluppare progetti musicali, confrontarsi, in quanto siamo musicisti e non discografici,
quindi non abbiamo fatto conti di "marketing", ma semplicemente l'etichetta e' un mezzo,
un veicolo per tirar fuori le nostre idee e progetti, in maniera, ripeto, autonoma,
senza dover fare compromessi con nessun tipo di logica commerciale e d'impresa.

Da allora siamo sempre quotidianamente a confronto scambiandoci decine di mail,
o attraverso delle cene "sociali", riunioni, oltre che nei nostri tanti incontri incrociati
durante i concerti, e la cosa più bella è che siamo amici e ci divertiamo
a correre insieme quest'avventura con grandissimo entusiasmo.
Ci tengo a sottolineare che questa etichetta è un soggetto collettivo
che si autotassa e si autogestisce, non è l'etichetta mia e di Zeno,
come spesso purtroppo viene inteso, ma e' il "conjunto" di Massimiliano Sorrentini,
Enrico Terragnoli, Francesco Bigoni, Alfonso Santimone, Nelide Bandello,
Stefano Senni, Giulio Corini, Beppe Scardino, Dimitri Sillato, Piero Bittolo Bon,
Achille Succi, Simone Massaron, Martino Fedrigoli, oltre a me e Zeno de Rossi.
Ci organizziamo dandoci dei ruoli e compiti nei vari aspetti della gestione;
ognuno pero’ può intervenire su ogni questione e i ruoli prefissati possono essere elastici.
Quando decidiamo di far uscire un disco lo mettiamo ai voti in cui prevale la maggioranza:
questo in realtà vale per tutte le decisioni da prendere, non solo quelle discografiche.
Ci tengo a sottolineare ancora che l'impatto comunicativo e' per noi fondamentale
e parte integrante della musica espressa nei dischi, quindi la grafica assume un valore imprescindibile:
sin dall'inizio volevamo una linea forte, che potesse essere identificata da subito.
L'ideatore è stato Massimiliano Sorrentini, è lui il "concetto grafico"
ma ora intervengono tanti altri fantastici disegnatori ed illustratori
che traggono ispirazione per la loro arte grafica dalla musica del disco, e sposano la nostra filosofia.



Hai accesso ai grandi media tv e radio?

Mah, non tantissimo, in realta' preferisco rimanere "di nicchia",
ma non per snobberia, ma perche' per assurdo si presta piu' attenzione alle cose "difficili" da trovare,
piuttosto che a quello che ti passa come un fiume in piena tutti i giorni.
A volte qualche passaggio radiofonico capita, in trasmissioni come Battiti,
Radio 3 Suite o piccole ma valide radio indipendenti.
Ma l’onesta’ intellettuale spesso non paga in termini di visibilita’ e "commerciabilita'".



Come reagisce il pubblico alle tue provocazioni?

Dipende, la cosa interessante e' che spesso non c'e' una via di mezzo
e non c'e' indifferenza! La cosa o piace o fa c......
E questo per me e' positivo. Vuol dire che in un senso
o nell'altro la mia musica stimola delle reazioni.
Vorrei usare, se possibile, un'espressione del mio amico nonche' fantastico musicista,
Enrico Terragnoli: "la mia musica e' jazz, senza la preoccupazione di dover suonare jazz!"

Ecco, questa definizione vorrei estenderla al senso della provocazione che io intendo:
non mi preoccupa dover provocare, faccio quello che faccio, e se e' provocatorio
(anzi userei l'aggettivo "provocante") a me sta bene. Un po' di animo punk e' sempre presente in me.
La provocazione la intendo come mezzo per "scuotere" le coscienze e far pensare,
che poi siano pensieri belli o brutti poco importa, ma molto meglio
dei finti pensieri delle menti imbalsamate che questo sistema politico/culturale ha creato,
e badate bene che questo sistema e' anche nel mondo musicale e quindi anche nel jazz.
Continuo a vivere il jazz come esigenza primordiale e personale di vita, e urgenza culturale massima.
Credo ancora nella possibilita' che ha il jazz di confondere le acque,
di porre dei dubbi e di seminare un po' di "panico costruttivo" nel sistema, di far pensare insomma. In questo senso il jazz e’ un po’ “punk”…
E sempre in questo senso accetto la tua introduzione che mi definisce
"iconoclasta provocatore" cioe' di uno che esercita una critica demolitrice e sovversiva nei confronti delle idee,
dei principi e delle convenzioni che regolano la società.


Quello che vediamo attraverso gli occhi dei discografici è vero o la realtà è falsata dal loro intervento?

Il discografico e’ una figura che non c’e’ piu’: non c’e’ quella persona che investe in un musicista,
un progetto, un gruppo perche’ ci crede. Il discografico nel 90% dei casi
e’ una persona che vuole il master bello e pronto, ti obbliga a cedergli il 50% dei diritti d’autore
con le edizioni dei brani originali (e se fai un disco di cover e’ molto meno probabile che te lo produca),
e poi ti chiede anche 7 euro a copia per farti ricomprare il disco che tu hai prodotto dalla A alla Z.
Un po’ come la storia del contadino che lavora nelle sue risaie, e per avere un po’ di riso
a casa sua deve poi andarlo a comprare al supermercato.
Ecco il discografico e’ come l’amministratore delegato di un supermarket,
e a lui spesso e volentieri non interessa granche’ di quello che tu fai,
di quello che suoni e di quello che lui stesso sta per produrre.
Il tuo disco come il mio sono uguali e quindi finiranno negli scaffali dei loro capannoni
o a casa del musicista se ha i soldi per “ricomprarselo”.
Francamente sono pochi quelli che veramente fanno i discografici
nel senso di produzione artistica ed esecutiva, ed in quel caso il loro intervento
ben venga, perche’ si tratta di un intervento “culturale”.
Ed hanno tutta la mia stima perche’ “rischiano” in un momento in cui il rischio e’ pericoloso.
Non sara’ un caso, comunque, che El Gallo Rojo sia anche etichetta.



Pensi che essere un po’ arroganti nella musica aiuti, attragga attenzione?
Non lo so, non sono arrogante, non so darti una risposta.
Ma poi perche' essere arroganti? Provocatori provocanti si, ma arroganti no.

Tu giri molto…come vedi la situazione musicale in italia?

E come vuoi che la veda: male! Cosa succede se accendi la televisione?
Quella e' la musica in Italia, oppure se vogliamo essere "fighetti"
e “darci delle arie culturali” ma in realta’ "disonesti intellettualmente" allora scegliamo Giovanni Allevi,
e allora se ne accorge anche il Senato della Repubblica. Come ti dissi in altre circostanze su Allevi,
reputo la sua musica adatta alle suonerie dei cellulari: ecco, e' questo che interessa in Italia,
la suoneria del proprio cellulare. Il signor Allevi e’ l’icona (non l’iconoclasta)
del nulla culturale che ci affligge, o peggio, di quello che si vuol far credere sia cultura e genio.

Ad ogni modo, in Italia per fortuna oltre al signore citato poc’anzi,
ci sono tantissimi musicisti fantastici, freschi, nuovi, curiosi,
molti dei quali sono solo delle meteore e sconosciuti al palinsesto nazionale, a quel sistema di cui ti parlavo,
che mi piacerebbe potessero calcare piu' spesso i palcoscenici dei festival.
Ci sono poi tanti collettivi che si auto-organizzano e cercano di offrire alternative
e comunque di sopravvivere nel panorama stantio (quello di facciata) del jazz nazionale.

Torno al discorso dell’onesta’ intellettuale ed anche alla responsabilita’ deontologica
di noi musicisti in primis, dei giornalisti, dei discografici appunto, dei direttori artistici,
dei managers: ce n’e’ poca, troppo poca. E soprattutto c’e’ pochissima curiosita’
da parte degli addetti ai lavori, e neanche volonta’ di correre rischio culturale.
Il risultato e’ che i cartelloni sono l’uno “il copia/incolla” dell’altro.
Questo, semplicemente, non e’ giusto, ma altrettanto semplicemente, purtroppo,
e’ lo specchio della realta’ socio-politico-culturale che stiamo attraversando
nel momento, a mio avviso, peggiore della storia di questo paese.
Ma l’onesta’ intellettuale spesso non paga in termini di visibilita’,
lo sottointendevo prima.
Il jazz, nel corso della sua storia, ci ha pero’ insegnato che i momenti migliori ed innovativi
(nonche’ la linfa vitale dell’evoluzione di questa musica) si sono avuti quando
ci sono stati episodi di “rottura” con lo status quo.
Si potrebbe tornare al "concetto intrinseco" che c'e' nel nome Guano Padano....



E fuori?

Parlo del Jazz. Direi che negli ultimi anni ci sono state tante cose interessantissime,
ad esempio il "downtown" newyorkese, in quel filone c'e' a mio avviso il "nuovo jazz"
(ahia, che espressione!), oppure un certo filone chicagoano, o westcostiano (San Francisco, Seattle..)
ma direi che anche in Europa ci sono esempi di musiche e musicisti interessanti,
c'e' un super filone tedesco, ad esempio, tanto per citarne uno che mi capita di frequentare.
Il Jazz non e’ morto, tutt’altro.



Insegnerai mai jazz in un Conservatorio?

No, detesto il Conservatorio e soprattutto queste pagliacciate dei corsi jazz,
nella maggior parte dei casi, almeno in Italia.
Non c'e' niente di piu' distante del jazz, per come lo vedo io, dal mondo dei conservatori.
Onesta' intellettuale, ricerca, suono, coraggio, sofferenza, stupore, curiosita',
rischio, rottura con gli "schemi" e nello stesso tempo rispetto per la tradizione.
Ecco cosa e' per me il jazz. Tutti elementi difficilmente presenti nelle "istituzioni" musicali.
In un ipotetico dizionario dei sinonimi e contrari, il contrario di Conservatorio potrebbe essere proprio Jazz.


Piani futuri?

Continuo a fare concerti, scrivere musica, continuo a far dischi,
e come sempre ho mille idee che mi frullano per la testa, purtroppo
o per fortuna farei un gruppo al giorno.
Ma il mio progetto prioritario di questo momento e’ quello di cercare
di far suonare i gruppi di cui sono leader
o co-leader e proporre in giro questi progetti, cosa che risulta difficilissima, per mille motivi,
alcuni dei quali elencati precedentemente.
Ma ho fiducia.

I progetti in cui Danilo Gallo lavora:

GALLO & THE ROOSTERS
Co-leader

Enzo Carpentieri Circular E-Motion feat. Rob Mazurek

THE HUMANS

GUANO PADANO

OVILE EXPERIENCE

SPARKLE + ANDY MIDDLETON

OSMIZA

NESSO G

THE CRYPT

MICKEY FINN + CUONG VU

Danilo Gallo & Giorgio Pacorig ZWEI MAL DREI

FALSOPIANO

BLONDE ZEROS

ROLLERBALL
Sideman

Piero Bittolo Bon Jümp The Shark

Enzo Favata OS CAMINHOS DE GARIBALDI

Francesco Bearzatti TINISSIMA Quartet



www.danilogallo.com
www.elgallorojorecords.com

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