Club House
28 Settembre Set 2011 2236 28 settembre 2011

Storie di lune, lepri e galantuomini

Allora è proprio ricominciata la stagione della caccia. Lascia immancabilmente il segno, perché ormai chi imbraccia un fucile e si addentra tra i campi all'alba è un po' come se involontariamente riassumesse il pensiero comune: meglio non farsi vedere né riconoscere, ancor meglio non farsi sentire per di più da chi di domenica tiene saldamente poggiata la testa sul cuscino dato che non c'è alcuna levataccia per il lavoro. No, i cacciatori sono la vera razza in estinzione e degli uomini agli uomini ormai importa ben poco.

La chiamano strage, barbaria. Infischiandosene di chi l'ha vissuta come capitolo della propria vita, mitigata in vecchiaia dai ricordi che vengono messi sul tavolo durante una cena e fuori c'è buio, dentro invece c'è il calore della famiglia e del vino giù per il corpo. La caccia è in decadenza e lo sono anche i cacciatori.

Andrea Maietti è di Lodi. Ha fatto il professore di inglese ed è diventato biografo di Gianni Brera, investito della carica dallo stesso pavese una sera di maggio del 1986. Scrive, Maietti: libri legati allo sport e dunque alla cultura, quella spicciola che snocciolano ancora oggi i vecchi nei proverbi e nei detti. Nel '96 se n'è uscito con "La lepre sotto la luna" (Limina), libro che ha poi vinto il premio "Bancarella Sport". Il titolo è presto spiegato nel capitolo "Il cacciatore cerca la luna".

Nelle notti di luna piena gli antichi cacciatori dell'Adda si arrampicavano sulle gabe più adatte e, nascosti tra i rami, aspettavano. Ore e ore, talvolta per niente. Ma lei, la "gattona", usciva allo scoperto, fidandosi del gran silenzio, allora il sangue del cacciatore si incendiava di adrenalina.

La lepre, uscita dallo "sporco", si rizzava talvolta sulle zampe posteriori, come un umano, le orecchie calamitate dalla dea luna. L'atteggiamento del selvatico suggeriva quello della preghiera. In effetti era il suo sacrificio notturno. Dalla gaba spuntava silenziosa la doppietta, poi il colpo, uno solo: non per bullaggine di mira, ma perché costose erano le cartucce.

Autori rivieraschi. Per Giovannino Guareschi il Po comincia a Piacenza, dato che un fiume che si rispetti deve scorrere in piano. Un giorno disse:

Se un tale vuol passeggiare in aperta campagna con l'intento di contemplare la natura e bearsi dell'aria fresca, non vada in giro - per carità - con le mani in tasca e l'aria svagata. Creerebbe dei sospetti immediati in chi lo avvista da lontano. E allora, ecco: basta mettersi il fucile da caccia a bracciarm e nessuno farà una piega. Con lo schioppo si va dove si vuole.

Nel suo "Don Camillo", chiarisce meglio il concetto. Prima di addentrarsi nelle avventure del parroco e di Peppone, riserva al lettore tre storie per spiegare il "Mondo piccolo". Quella iniziale vede un padre alle prese con il figlio morente e dopo averle tentate tutte, si presenta davanti al prete con una doppietta a tracolla.

Reverendo, tu soltanto puoi parlare al buon Dio e fagli capire come stanno le cose. Fagli capire che se Chico non guarisce io gli butto all'aria tutto.

Così parroco e padre ("fermo a gambe larghe, col fucile sottobraccio") si chiudono in chiesa, finché non arriva la notizia che il piccolo sta bene.

Mio padre non si vantò mai di questa faccenda, ma al Boscaccio c'è ancora oggi qualche scomunicato il quale dice che, quella volta, Dio ebbe paura.

Poche pagine più avanti, attacca "In riserva", con don Camillo e Peppone che si ritrovano furtivamente, di notte, a braccare la preda dove non potrebbero. E infatti di fronte al guardiacaccia che avanza sospetti, Peppone risponde di trovarsi in quel posto a raccogliere funghi. "Con lo schioppo?". "E' un sistema come un altro". Ma il meglio è qualche riga prima:

Don Camillo era un perfetto galantuomo, ma possedeva oltre ad una formidabile passione per la caccia, una splendida doppietta e delle mirabili cartucce Walsrode.

Un perfetto galantuomo. E con questo, è detto tutto.

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