Una panchina, un libro
1 Ottobre Ott 2011 0725 01 ottobre 2011

George Pelecanos, Il Sognatore, Piemme, 2011

Come vi sarete ormai accorti, non ho particolare dimestichezza con i thriller. Mi sono imbattuta nel Sognatore, appena uscito in libreria, semplicemente perché mi interessano le storie di emigrazione e, in questo senso, mi incuriosiva la figura dello scrittore americano George Pelecanos, che nei suoi scritti non manca di ricordare con orgoglio le proprie origini greche . Figlio di un self-made man, Pelecanos è il tipico prodotto dell’American way of life. Ha fatto ogni tipo di mestiere, anche i più umili, prima di approdare alla scrittura di professione, creandosi un pubblico di affezionati che apprezza nei suoi lavori alcune caratteristiche distintive che negli Usa l’hanno reso un autore cult nel campo dei polizieschi. Il Sognatore in realtà non racconta storie di emigrazione – anche se il protagonista, Alex, è un greco-americano come l’autore - ma l’ ho letto volentieri, in un momento in cui faccio fatica a dedicarmi alle opere troppo impegnative. Così mi sono regalata qualche ora di distrazione, come con un buon episodio di una serie televisiva. Non a caso, Pelecanos scrive anche per la TV.

La storia si apre nel 1972 quando Alex , diciassettenne figlio del ristoratore greco John Pappas, inganna il tempo in compagnia di adolescenti bianchi di origini più nobili della sua, attratti dalla cannabis e dall’idea di sfidare le agguerrite gang del ghetto nero. Queste frequentazioni, e la passività con cui Alex accetta i comportamenti scriteriati di chi è più ricco e più americano di lui, gli costano molto care. Nella seconda parte del libro, ambientata nel 2006, Alex porta indelebilmente scritto sul volto l’errore commesso in gioventù e ne patisce ancora le conseguenze quando i fantasmi del passato tornano a bussare alla sua porta.

Ma c’è qualcosa di più del classico poliziesco in questa storia di riscatto e “redenzione”, forse un po’ troppo buonista per i miei gusti, ma comunque ben congegnata e ben scritta. C’è innanzitutto l’attenzione all’iconografia urbana che è la cifra di Pelecanos. Lo scrittore infatti si diverte a descrivere ambienti e personaggi della sua natia Washington DC anche attraverso la minuziosa individuazione delle marche o dei nomi di prodotti che hanno caratterizzato una particolare epoca o un particolare ambiente sociale. Quali tipi di scarpe, canzoni, stazioni radio, stereo, auto sognavano i giovani neri del ghetto di Heathrow Heights nel 1972? E quale marca di frigorifero faceva bella mostra di sé nella cucina di una famiglia greco-americana? Pelecanos arriva al punto di compilare meticolose play-list delle canzoni del momento, che fanno rivivere sensazioni nostalgiche nei lettori americani, ma forse non sono altrettanto evocative per quelli italiani.

Al di là di questa peculiarità narrativa che strizza l’occhio agli aficionados , la componente più interessante del lavoro di Pelecanos è l’attenzione al sociale. In una metropoli dove i neri sono più della metà della popolazione, e in maggioranza poveri, la narrazione si snoda in un ambiente di forti tensioni razziali dove sulla convivenza prevale l’autoreferenzialità e l’isolamento delle singole comunità etniche (altro che melting pot!). Il Sognatore ci ricorda quanto negli Anni Settanta fossero aleatori i programmi di busing ( l’iscrizione e il trasporto dei giovani neri del ghetto presso le scuole dei quartieri bianchi più ricchi) sul piano dell’integrazione fra bianchi e neri e quanto ancora oggi sia difficile se non impossibile il dialogo fra i neri che hanno avuto la forza di emergere e quelli che continuano a sprofondare nella miseria per mancanza di opportunità ma anche per passiva accettazione. Chiaramente di inclinazioni progressiste, Pelecanos, nella città dove la Casa Bianca decide gli interventi militari degli Usa nel mondo, aggiunge alla critica sociale quella politica denunciando i devastanti effetti delle guerre in Iraq e in Afghanistan sui veterani, trattati da eroi a parole, ma di fatto destinati a una vita di esclusione.

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