Una panchina, un libro
4 Ottobre Ott 2011 1144 04 ottobre 2011

William Trevor, La storia di Lucy Gault, Guanda, 2006

La storia di Lucy Gault è una storia di incomunicabilità, di supposizioni sbagliate su questioni anche apparentemente marginali che però si rivelano determinanti e arrivano fino al punto di segnare indelebilmente la vita delle persone. E’ il racconto triste e malinconico di come sensi di colpa irragionevoli possano portare a una vita non vissuta. Un libro che, malgrado il suo pessimismo di fondo, rivela l’atteggiamento compassionevole dello scrittore irlandese William Trevor nei confronti della fragilità umana. Una prosa meticolosamente ricercata, ma senza fronzoli o effetti speciali. Una trama che esaltando l’attesa, anziché l’azione, riesce comunque a legare il lettore in un’atmosfera di suspense fino all’ultima pagina.


Trevor ambienta il suo racconto nel 1921 nella natia Irlanda del Nord sullo sfondo del sanguinoso conflitto fra cattolici e protestanti . Il capitano Everard Gault, irlandese protestante sposato con l’inglese Heloise, spara e ferisce un giovane cattolico che con altri compagni ha minacciato di incendiare la sua casa nella tenuta avita di Lahardane. Quando ogni tentativo di mediazione e pacificazione viene respinto dalla famiglia del ragazzo, il capitano e sua moglie decidono, soprattutto per il bene di Lucy, la loro bambina, di fuggire in Inghilterra, lasciando Lahardane nelle cure dei custodi Henry e Bridget. Ma Lucy non vuole abbandonare la sua casa vicino al mare e, fallito ogni tentativo di persuadere i suoi, che sottovalutano l’impatto emotivo del trasferimento sulla figlia, decide di nascondersi nel bosco fingendo la fuga, nella convinzione che i genitori non lasceranno Lahardane senza di lei. Lucy mette in atto il suo piano, ma, da questo punto in poi, le cose non andranno nel verso auspicato.

Nato nel 1924 a County Cork, la stessa località in cui è ambientata La Storia di Lucy, Trevor è uno scrittore più conosciuto nel mondo anglosassone che in Europa. Il suo stile narrativo, di impronta tradizionale, deve molto a Thomas Hardy (Tess dei D’Ubervilles, Via dalla pazza folla, Jude l’Oscuro). Con straordinaria abilità dipinge minuziosamente le personalità dei propri personaggi, aggiungendo dettaglio su dettaglio nel corso della narrazione. Però non giudica il loro operato, lasciando al lettore la libertà di farsi la propria opinione. Questo non è un romanzo per coloro cui piace l’azione: il ritmo è uniforme, senza momenti di intensità, come sono uniformemente grigi e brumosi i paesaggi. Lo scrittore crea sapientemente diverse occasioni in cui la trama potrebbe “svoltare”. Ma su tutto prevalgono gli errori di giudizio commessi dai personaggi, che non trovano la forza di sfidare le proprie inveterate inclinazioni caratteriali. Leggendo questo romanzo, io stessa mi sono chiesta quante volte ci è capitato di dover scegliere tra inerzia e azione, e quante volte, se solo avessimo gettato il cuore oltre l’ostacolo, avremmo potuto imprimere una diversa direzione alla nostra vita.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook