Bitchiness gets you everywhere
6 Ottobre Ott 2011 0952 06 ottobre 2011

Affamati e contenti. (Addio, Steve)

Le voci si rincorrevano purtroppo ormai da mesi, e dopo il congedo da Ceo a Cupertino era ormai chiaro che qualcosa non stesse andando per il verso giusto. Steve Jobs ci ha lasciati, ma non senza aver marchiato con un segno indelebile e bianco la nostra frenetica quotidianità. Oggetti non di moda, ma di culto, la sua immensa eredità.
Il dio della Mela mi ha sedotta e convertita al suo credo nella primavera del 2007, dopo più di dieci anni di onorata carriera di devozione agli strumenti Microsoft. Ho avuto infatti la fortuna di iniziare a usare il computer e di appassionarmi ai meccanismi della ferraglia prodotta da Bill Gates fin quasi da bambina, ma del vecchio sistema operativo tutto ctrl+alt+canc e del salvifico avvio in modalità provvisoria, nostalgia zero.
Oggi mi ritrovo mamma orgogliosa di un MacBook Pro – dal quale peraltro sto scrivendo in questo momento – con tanto di Magic mouse abbinato, di un iPhone 4 senza il quale non posso vivere, di un residuato bellico di iPhone nel suo primo modello (arrivato in commercio in Italia nell’estate del 2008, naturalmente dovevo averlo subito), di un arcaico iPod Mini risalente al Giurassico (vale a dire a circa quattro anni fa, considerandone l’età tecnologica), e dulcis in fundo di un incomparabile iPad 2 top gamma white, adottato in un megastore della perdizione non più di un paio di settimane fa.
Li possediamo tutti e non ne abbiamo mai abbastanza, dei giocattoli Apple. Innovativi e puliti, semplici e intuitivi nella loro logica di funzionamento, così essenziali e sottili nell’estetica: non potevano non assumere le sembianze di autentici oggetti di culto per gli amanti del genere.
Con che coraggio possedere, oggi, uno smartphone che non sia un iPhone? Il prodotto forse più rivoluzionario che Steve Jobs ha regalato agli abitanti di questo pianeta ha totalmente rimpiazzato l’idea stessa dell’obsoleto telefono cellulare.
Ma apprezzare le geniali invenzioni Apple non è cosa da tutti: i melaprodotti pensano, e quindi funzionano, rispondendo a una logica differente. E quelli che i detrattori del marchio evidenziano come errori, scelte sbagliate, sostanziali mancanze che viaggiano in senso contrario rispetto al soddisfacimento di alcune importanti esigenze professionali, calzano a pennello ai cultori degli oggetti della casa di Cupertino. Non rispondono a bisogni, queste opere d’arte postmoderne, ad esigenze, ma realizzano i nostri sogni, appagano il nostro desiderio di innovazione, di evoluzione.
Se il marchio Apple è un dogma, io sono felicemente devota e praticante in questa setta. Se è una droga, io sono dipendente e senza via di scampo. E non mi importa se la gestione dei files è affidata a un software a dir poco farraginoso, perché io amo follemente il mio MacBook e come a seguito di una epifania ho scoperto i segreti di iTunes.
Il dramma è che ci ha lasciati troppo presto, Steve. Ci ha lasciati contenti, ma ancora molto, molto affamati.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook