Antonio Aloisi
L’agente Mormora
6 Ottobre Ott 2011 1244 06 ottobre 2011

iNoi, ci hai scaricati tutti: davvero thanks a lot, Steve

In classe stamattina siamo in meno di cinquanta, è una lezione di diritto commerciale avanzato. Almeno cinque di noi stanno prendendo appunti sulla sua tavoletta, una decina utilizza un portatile di quelli suoi, quasi tutti hanno accanto al quaderno un melafonino: vuoi per giochicchiare, vuoi per registrare il notaio che ci parla, vuoi per messaggiare coi parenti lontani. Qualcosa vorrà dire, giacché non siamo mica una pattuglia di fanatici turbonerd: Steve – che da oggi non c’è più – ha annullato quel dualismo sciocco tra apocalittici ed integrati, tra analogici e digitali. Ci ha avvicinati alla semplicità, con garbo e stravaganza. Ha disegnato il futuro, se non vi basta la retorica con cui la rete in questi momenti prova a commemorarlo.

Jobs non ci ha reso persone migliori, questo no, ma ci ha permesso di vivere la tecnologia (che è una parola dal suono del ferro e dalla consistenza di un soffio) in un modo piacevole, comodo, geniale.

Noialtri qui ci siamo arrivati in ritardo, abbiamo cominciato a scoprire la bellezza del touch al ritmo della moda, abbiamo scommesso sui suoi prodotti quasi per gioco (gioco da ricchi viziati, s’intende) e ne abbiamo apprezzato le potenzialità. Siam riusciti a banalizzare il lusso, a democratizzare un privilegio. Oggi non vi rinunceremmo per nulla: una volta addentato, questo magico mondo meliforme, si lascia sbranare che è un piacere. E così, anche ieri, siamo andati a dormire tentando di capire se i nostri iPhone fossero già da buttare, se laggiù in California si fossero inventati un nuovo ed imperdibile cellulare multifunzione.

Invece ci ha svegliati un elegante addio in bianco e nero. Ora, se siete alla ricerca di un necrologio: correte via da qui. Avete in mente cosa raccontava quel «semidio» di Cupertino sulla morte?

Parliamo di eredità, se vi va. E di talento ovvero di come un’intuizione – unita ad una dose di marketing da manuale e idolatria da setta – possa cambiare, in piccolo, la giovinezza tranquilla di un genietto della Silicon Valley ed, in grande, le indaffarate nostre esistenze. Proprio ieri - per dire, i due ingegneri che si occupano dei sistemi e delle reti del mio ateneo raccontavano che, a breve, una nuova app ci permetterà di iscriverci agli esami direttamente dal cellulare (ne esiste già una, di applicazione, ma – ad oggi – non censente l’interazione perfetta e stanno lavorando per potenziarla).

Chi parla di una “implicit religion”, a proposito del rapporto tra i fedeli della Mela Morsicata ed il suo santone Steve forse non la spara troppo grossa. Ci siam fatti fregare: alla grande e volentieri.

Jobs ha fatto di noi degli smanettoni felici, dei ribelli ipocondriaci, ci ha illuso che le nostre dita avrebbero imbrattato con le loro impronte eventi straordinari. Un mio collega ha sussurrato che «ci manca poco che qui in Università la gente si metta a circolare col lutto al braccio». In un certo senso ha ragione, la venerazione ha assunto delle proporzioni quasi commiserevoli, da monomania ortofrutticola. Ci son quelli che si son messi l’effigie del capo della Apple al posto della propria foto profilo, in cinquecentomila hanno pubblicato il video quaggiù, uno dei primi della casa di Cupertino – spot cui Dario Fo aveva prestato la voce ed insieme sorta di manifesto ideologico del nuovo credo.

Eppure quel primo Mac partorito in un garage leggendario, le conferenze stampa dall’afflato messianico, l’effetto domino dello status symbol, lo stimolo della progressione per aggiornamenti sono storia. Nostra, peraltro.

Da oggi "anticonformisti, folli, ribelli e piantagrane" ci toccherà quindi di esserlo per davvero. Proveremo a non avere «nessun rispetto per lo status quo» ed a «pensare differente», e non solo in fatto di affari digitali e innovazioni da qualche centinaia di euro. Fame e follia son virtù da coccolare, da serbare care e tirar fuori alla bisogna. Se qualcosa Jobs ci ha insegnato è che curiosità ed intuito - quando usati con rigore e spregiudicatezza - son strumenti rivoluzionari. Allora, che aspettiamo? Una volta promesso che «computers are like a bicycle for our minds», tocca a noi pedalare.

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