Antonio Aloisi
L’agente Mormora
10 Ottobre Ott 2011 1056 10 ottobre 2011

Nonostante l’Italia

Pare questa sia una delle tante settimane in cui inzupperemo le nostre penne nell’inchiostro dell’indignazione, per sabato si annunciano infatti decine di proteste di piazza degli «scontenti». Notate la rabbia montante, il brusio impetuoso dei fischi e delle urla, l’aggressività degli slogan e l’ironia degli spray, la bava alla bocca della mia generazione? Niente di niente. Mi chiedo se non si corra il rischio di ritualizzare anche l’insofferenza, di trasformarla in un sentimento feriale da prima serata. Domenica scorsa ‘Presa Diretta’ ha affrontato con dovizia di dettagli la drammatica situazione del «popolo degli under 30» (un’espressione talmente farlocca da sembrare offensiva – quasi peggio di «autunno caldo», che a me fa venire il prurito: sono allergico al banale). Ho temuto a lungo, rivedendo il podcast della trasmissione, che a tutto l’apparato narrativo di Iacona – che, per carità si è inventato un ottimo programma d’inchiesta e mica siam qui a rimproveragli nulla – mancasse qualcosa, che mancasse insomma un ruggito di concretezza e slancio. A notte fonda, tra le mail, ho trovato quella di un mio amico che in questi mesi è a Singapore grazie all’Exchange Program della sua - e mia - università.

È lì da luglio, ha già sostenuto delle prove e conosciuto tanti nostri coetanei. Mi scrive, rinunciando ad ogni imbarazzo (ma forse dovrei dirgli che la sua mail finirà su un blog!): «il secchionazzo della stanza accanto mette il naso fuori dalla porta e scopre che c'è un mondo che lo attende, non posso certo negare la mia natura da “bookwarm”, ma qui mi diverto tantissimo. Qui è un altro mondo davvero. La preparazione degli insegnanti della National University of Singapore è più o meno uguale a quella dei nostri, cambia tutto il resto: il modo di studiare (nulla a memoria, tutti esami open book o research papers), un sacco di attività extrascolastiche. Max mi racconta delle sue nottate trascorse a giocare a poker con tizi da tutto il mondo e mi spiega che la maggior parte di loro ha studiato in un paese diverso da quello di origine. È entusiasta della «grande fiducia nei giovani. Davvero, quello che mi sento dire spesso dai singaporeani è questo: “A Singapore non abbiamo risorse naturali, l'unica risorsa su cui il governo può investire sono i giovani”. E la carica e la fiducia che mi stanno dando qui è qualcosa che attendevo da tempo e che in Italia, sopratutto nell'ultimo periodo, faticavo a trovare».

Voi Max non lo conoscete, e forse non capite, ma sappiate che - dette da lui - queste parole per me valgono doppio (le ho lette ai nostri colleghi e son rimasti esterrefatti). È un tipo tranquillo, lui, uno che non leggeva i giornali e sfogliava solo i manuali. Uno che le cose gli andavano bene così. Già cambiare città per iscriversi all’Università era stato un evento per lui: poi c’era da scegliere la meta per lo scambio ed ha osato. Singapore, mica Parigi o Barcellona! Mi ha raccontato che, per spiegare a sua madre dov’è che stesse andando, le ha aperto un atlante sul tavolo della cucina ed ha detto: «sono qui fino a Natale». Oggi è felicissimo: «il sistema qui è altamente selettivo e competitivo, ma chi emerge ha la certezza di avere un posto nella società, una volta terminati gli studi. Conosco una ragazza singaporiana, molto brava, che dopo quattro anni di università ha già la possibilità di diventare prosecutor (il nostro PM), senza fare altri anni di scuola o concorsi. Semplicemente: il governo si fida di come funzioni l'università e di come questa selezioni e prepari gli studenti».

Non so se il caso di Max sia paradigmatico. Mi piace scolpirlo qui perché è anomalo, perché non si tratta di cervello in fuga: semmai di cervello in prestito. A tal proposito, qualcuno ha parlato di «fattore Ryanair»: ci vogliono poche decine di euro ed un trolley per cambiare aria. Respirare a pieni polmoni e rincasare più o meno in fretta. Questo è quanto. A chi nei prossimi giorni scenderà in strada faccio un augurio sincero: impariamo a catalizzare il dissenso. Costruiamo una rete, fatta di nodi e collegamenti. E, soprattutto, scegliamoci un leader. Un tipo che riassuma i concetti e guidi – per una dannata volta – non la protesta, ma la proposta. Me lo ha chiesto Max. E gli devo un favore, per una storia che non sto qui a raccontarvi. L’altro ieri, fuori dal palazzotto di marmo e vetro che ospita i dipartimenti dell’Ateneo, ho visto un tizio in tandem. Era solo, pedalava per due ma dietro di sé non aveva nessuno. Immagino stesse andando a prendere qualcuno – poi magari era semplicemente un matto, ma a me piace credere che stesse andando a caricare un amico. Il concetto di 'responsabilità' non avrei saputo descriverlo meglio.

«Tocca fare qualcosa: se continuiamo così, noi ci areneremo e loro ci supereranno. O forse ci stanno già superando - dice il mio compagno di banco che pare sbarcato nel Paese dei Balocchi - per fare un esempio: ho studiato un po' la giurisprudenza locale nel settore commerciale e civile. Ho scoperto dei casi in cui i giudici sono andati contro la legge per favorire l'innovazione tecnologica. Hanno limitato i dritti di copyright di una trasmissione televisiva per favorire una nuova tecnologia che consente di registrare i programmi televisivi (di copiarli in sostanza) e di farli rivedere all'end user che ne faccia richiesta. Se vuoi saperne di più, googla “MediaCorp TV v Record TV”». Ecco com'è che va il mondo: buona settimana, ragazzi! Precarizziamo la rivolta (nel senso: occupiamo le poltrone invece che le piazze), continuiamo a fare il nostro mestiere di giovani: mettiamoci dentro questa sfida grinta, furia e cervello. A Max vorrei potergli rispondere che anche qui le cose stanno cambiando. Ma per ora è meglio non illuderlo. Nonostante l’Italia, possiamo cavarcela.

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