Una panchina, un libro
14 Ottobre Ott 2011 0640 14 ottobre 2011

Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione, Feltrinelli, 2010

Oggi esce nelle sale il nuovo film di Sorrentino, This must be the place, atteso dai molti fan del regista dopo i successi di Il Divo e Le Conseguenze dell’Amore . E’ quindi il momento di ricordare che, oltre che con la regia e la sceneggiatura, Sorrentino si è cimentato l’anno scorso con la narrativa, pubblicando questo romanzo di cui si è molto parlato, soprattutto per un linguaggio da fuochi d’artificio. In Hanno tutti ragione questo è davvero l’aspetto più interessante. Sorrentino gioca in continuazione con aggettivi e metafore iperboliche e sorprendenti, forse fin troppo, a rischio di risultare a volte stucchevole. Tanta vivacità e fantasia linguistica sono al servizio dell'io narrante, Tony Pagoda, cantante melodico napoletano, cocainomane, che riempe le pagine con la sua particolarissima filosofia di vita. Una filosofia che oscilla fra la ricerca di una semplicità perduta, quella della Napoli dei suoi genitori, e cinismo ossessivo, tipico del sottobosco metropolitano, così come espresso nella Prefazione del maestro Mimmo Repetto con cui si apre il romanzo:


Tutto quello che non sopporto ha un nome.
Non sopporto i vecchi. La loro bava. Le loro lamentele. La loro inutilità. Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. La loro dipendenza. I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. La loro aneddotica esasperata. La centralità dei loro racconti. Il loro disprezzo verso le generazioni successive.
Ma non sopporto neanche le generazioni successive. Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere in autobus. Non sopporto i giovani. La loro arroganza. La loro ostentazione di forza e gioventù. La prosopopea eroica dei giovani è patetica. Non sopporto i giovani impertinenti che non cedono il posto in autobus. Non sopporto i teppisti. Le loro risate improvvise, scosciate ed inutili.
Il loro disprezzo verso il prossimo diverso. Ancora più insopportabili i giovani buoni, responsabili e generosi. Tutto volontariato e preghiera. Tanta educazione tanta morte. Nei loro cuori e nelle loro teste.
Non sopporto i bambini capricciosi e autoreferenziali e il loro genitori ossessivi e referenziali solo verso i bambini. Non sopporto i bambini che urlano e che piangono. E quelli silenziosi mi inquietano, dunque non li sopporto. Non sopporto i lavoratori e disoccupati e l’ostentazione melliflua e spregiudicata della loro sfortuna divina. Che sfortuna non è. Solo mancanza di impegno.
Ma come sopportare quelli tutti dediti alla lotta, alla rivendicazione, al comizio facile e al sudore diffuso sotto l’ascella? Impossibile sopportarli.
Non sopporto i manager e non c’è nemmeno bisogno di spiegare il perché. Non sopporto i piccoli borghesi, chiusi a guscio nel loro mondo stronzo. Alla guida della loro vita, la paura. La paura di tutto ciò che non rientra in quel piccolo guscio. E quindi snob, senza sapere nemmeno il significato della parola........

Per Tony Pagoda, i tempi in cui viviamo sono tutti da buttare. Una tesi sulla quale si può convenire, considerando lo stato attuale del nostro paese. Ma il racconto di Sorrentino parte dagli anni Cinquanta e anche quell’epoca e gli anni successivi , che videro l' ascesa di Tony cantante, viene archiviata come una sceneggiata alla Merola. “Hanno tutti ragione” perchè l’Italia e gli italiani sono piallati dal sistematico rifiuto di assumersi responsabilità, di decidere, di lavorare, di plasmare il proprio futuro se non con stratagemmi, scorciatoie, opportunismo. Insomma sono un paese e un popolo di parole e non di fatti. Esattamente come il libro, che sostanzialmente non ha una trama.


....Quanto cazzo è vero che ogni uomo ha il suo dolore. Tutti anche l’ultimo merdoso foruncolo al crepuscolo di uomo ha il suo dolore e ci sarebbe materiale sufficiente per rispettarlo. Ti viene voglia di rispettarli tutti quanti gli uomini quando ti raccontano cose così. Ma poi non ci riesci, perché perlopiù, la cattiveria ti assale negli angoli sempre liberi, come l’aspirapolvere, come un tartaro strafatto di cocaina, la cattiveria ti rende agguati notturni al cuore, fa razzia di te, ti stupra e ti violenta e si porta via i soprammobili del tuo corpo lasciandoti con un altro po’ di vuoto, un po’ più in là il vuoto, questa volta, contaminato con i sensi di colpa....

Fortunatamente fra tutto questo filosofeggiare e moraleggiare immaginifico, emergono alcuni episodi della lunga vita di Tony Pagoda dove il linguaggio si fonde perfettamente con la sostanza ed il risultato è un vero godimento per il lettore: l’iniziazione di Tony e il suo amico Dimitri nella Napoli anni Cinquanta, l’esilarante descrizione degli scarafaggi di Manaus, la rissa di Alberto Ratto nella bettola brasiliana. Episodi che rivelano l’indiscutibile capacità di scrittura di Sorrentino. Che tuttavia, per ora, resta soprattutto un ottimo regista.


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