Daniele Marini
Palomar
17 Ottobre Ott 2011 2140 17 ottobre 2011

Indignati: valori nuovi, forme vecchie

Sabato 15 scorso, a casa di amici, poco prima di cenare, in televisione scorrono le immagini delle violenze scoppiate a Roma durante la manifestazione degli Indignati. Uno dei miei figli (Edoardo, 14 anni), assieme ai suoi amici, guarda allibito. È sconvolto. Dalla violenza che quei gesti trasmettono. Dal senso di gratuità. Dal senso del “non senso”. Non riesce a giustificare il motivo di tanta brutalità. Cerco di spiegare e di tranquillizzare. È indignato degli Indignati. Questo è, purtroppo, l’esito finale di quelle sequenze, di quei gesti aggressivi. Le buone ragioni (di molti) sono sopraffatte dall’assenza di ragioni (di pochi).
Molti di più di quanti hanno pacificamente manifestato sabato a Roma sono Indignati di quanto è avvenuto e sta avvenendo in questi anni recenti. Una parte di questi esprime orientamenti conservativi di fronte agli effetti della globalizzazione, ipotizzando ritorni a comunità chiuse, all’abolizione di istituzioni. Una sorta di illusorio ritorno al passato: protettivo e rassicurante. Ma nell’epoca della comunicazione e delle relazioni globali, assai poco realizzabile. Tuttavia, converrà prendere sul serio alcune ragioni profonde che quella manifestazione voleva sottolineare: 1) scrivere nuove regole globali in grado di favorire la creazione e la distribuzione meno diseguale della ricchezza; 2) mantenere la produzione della ricchezza ancorata ai prodotti, al fare; impedire lo sviluppo di una finanza sregolata e fine a se stessa; 3) riappropriarsi del proprio futuro rendendolo meno instabile, rendendo la società meno “liquida” (per usare l’espressione di Bauman) e un po’ più “solida”, con maggiori punti di riferimento per la propria vita, soprattutto per le giovani generazioni; 4) pensare a uno sviluppo più sostenibile, compatibile con l’ambiente.
Si tratta di “valori nuovi”, che la crisi in cui siamo immersi sta facendo emergere con sempre maggiore forza. Sono riferimenti fondamentali per costruire un nuovo orizzonte dello sviluppo. Non è un patrimonio esclusivo delle giovani generazioni, considerate le tipologie di persone che hanno partecipato alla manifestazione (famiglie con bambini, pensionati, lavoratori,…), ma ha nella loro energia un elemento trainante.
Non so (e non credo) si potrà generare un “movimento” vero e proprio, così come l’abbiamo conosciuto dopo gli anni ’60. Diverse sono le condizioni, diverse sono le culture. Tuttavia, per condizionare effettivamente chi deve decidere, diventa fondamentale “creare opinione”, alimentare un clima sociale che condivida alcuni valori di fondo. Molto più che manifestare pubblicamente.
Invece, nel nostro paese questi “valori nuovi” vengono rappresentati ripercorrendo “modalità vecchie”: la manifestazione, il corteo, la grande città (dove poter essere ripresi). Si ribadiscono “codici” già utilizzati. Non è possibile pensare anche a “modalità nuove” di espressione? Modi che spiazzino ed emargino definitivamente quanti utilizzano strumentalmente quei momenti per esercitare il loro “non senso”? Trovare nuovi “simboli” con cui rappresentare questi valori, creando un consenso diffuso? Perché non ritrovarsi in luoghi dove non ci sia nulla da infrangere, da rompere, da assaltare? Perché non usare – come fanno negli USA – anche i nuovi mezzi di comunicazione, la rete, come forma di protesta (boicottaggio di prodotti, siti, lanciando campagne di informazione, ecc.)? Per affermare “valori nuovi” che possano imporsi nell’opinione pubblica è necessario individuare “forme nuove” di rappresentarli.

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