Fortezza Bastiani
19 Ottobre Ott 2011 1053 19 ottobre 2011

Confesso, sono un infiltrato

Lo ha scritto Dell'Orefice sul Tempo di ieri: il popolo della rete sogna l'infiltrato. Perché la storia di quel losco figuro che le immagini fotografiche liberamente interpretate dalla blogosfera vorrebbero amico intimo dei poliziotti e sodale dei rivoltosi affascina di più della realtà. Ovvero che Fabio Di Chio (l'infiltrato) è un giornalista. E basta.

No, non basta per nulla. Perché per i complottisti ad oltranza questo non è sufficiente. Ci sono troppi dubbi, troppi punti oscuri, e i contorni della vicenda sono ancora troppo fumosi.

Scrivono: «Quel giornalista parla con la polizia. Anzi, lui parla e loro ascoltano». Ammesso che questo si possa dedurre da un semplice scatto, sarebbe questo un indizio di colpevolezza? Un giornalista è lì apposta per cercare di capire cosa accidenti sta succedendo. Fa domande, e ascolta le risposte. O, magari, commenta soltanto: «Ammazza che casino», come mi sono trovato a fare io stesso con una fraseologia molto più piemontese.

«Quel giornalista sta anche in mezzo ai manifestanti violenti». E quindi? E' lì apposta, di nuovo. Per raccontare come stanno le cose, ma dall'altra parte.

«Quel giornalista non si comporta da giornalista». Perché, come si comporta un giornalista? C'è monsignor Hemingway Della Casa che ha scritto il galateo del giornalista durante un riot? Ci sono i documentari di Superquark sulle abitudini (spero non anche quelle sessuali) dei giornalisti? Se sì me li sono persi tutti. Che disdetta.

«Quel giornalista non ha nemmeno un taccuino in mano». Eh già. Magari per mettervi più tranquilli avrebbe dovuto indossare anche un bel Borsalino con la scritta "Press" appuntata dietro la fascia. E, già che c'era, girare con al collo una bella macchina fotografica con il flash al fulminante di nitrocellulosa.

«Quel giornalista è vestito strano». Ah. E come si vestono i giornalisti? Per Bacco, a me nessuno ha mai detto che esiste un dress code. Ero in piazza con i jeans strappati, gli scarponi alla militare, la felpa col cappuccio, la kefiah e gli occhiali scuri. Sembravo un amico d'Er Pelliccia. Praticamente un Black Bloc. Il collega Fabrizio Goria invece aveva la camicia azzurra, i pantaloni blu e il blazer. Troppo elegante per fare la rivoluzione. Praticamente un questurino.

Ma forse io sono un infiltrato anch'io. Eh già. Perché prima di trovarmi in mezzo agli scalmanati con la spranga sono stato in mezzo ai celerini. E poi di nuovo di qua della barricata, e di là, e di qua, e di là. A seconda di come volgeva la marea delle cariche e delle controcariche. Scusate, rettifico: a seconda di quanto imponeva il mio mandato di spione spifferone.

Mannaggia, però. La prossima volta chiederò alla Digos (o ai servizi segreti, alla Spectre, ai Meganoidi, a Sauron, a Lord Voldemort o a chi per loro, fate voi) di dotarmi almeno di una maschera antigas. Perché stavolta mi sono fatto un aerosol di lacrimogeni che se ci penso tossisco e lacrimo ancora adesso.

Sono un infiltrato, va bene, ma non sono mica scemo.

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