Jacopo Tondelli
Post Silvio
25 Ottobre Ott 2011 1700 25 ottobre 2011

Ma siamo pronti a stare senza di lui?

Ricordo esattamente la prima volta in cui ho sentito nominare Silvio Berlusconi. Meglio: la prima volta in cui quel nome ha rappresentato qualcosa per me, tanto da imprimerlo nella memoria di un bambino. Correva la stagione calcistica 85/86 e Giussy Farina scappò in Sudafrica, lasciando il Milan in balia di se stesso. Nelle campagne poco fuori Milano dove sono cresciuto, il cugino più grande che mi aveva insegnato a tifare per la prima squadra di Milano mi disse: “È un bel casino, speriamo che arrivi Berlusconi...”.

Come è finita lo sappiamo tutti, e io ci misi un po’ a capire che l’uomo che mi fece gonfiare il petto tante volte per la mia squadra del cuore, era lo stesso che mi faceva passare mezz’ore divertenti guardando i cartoni animati, nei miei pomeriggi di bambino dell’hinterland. In quegli anni si formarono le memorie inconsce e poi coscienti che, alla fine del 1993 avevano generato un quadro di link piuttosto precisi.

Quando Silvio scese in campo era già un mosaico di nomi e facce: Craxi, Confalonieri, Dell’Utri, Gullit, Van Basten, Sacchi e poi Capello, Paolo Bonolis a Bim Bum Bam e le prime tette sbirciate al Drive In, Mammì, Milano 2 e il Lago dei Cigni, Mike Buongiorno e Maurizio Costanzo, e tutto il resto. Ai più avveduti, ai pochissimi informatissimi, venivano in mente anche storie in ombra, o almeno in penombra, come quelle di uno stalliere di stanza ad Arcore e di un filo che portava in Sicilia.

Berlusconi, all’inizio di questa epopea, era già un’autobiografia della nazione e delle sue magagne: era Milano nella sua potenza creativa e nella sua ambizione sfrenata; era il calcio e le ragazze; era la capacità e la spregiudicatezza; era il mito del boom, della macchina per tutti e degli elettrodomestici portato all’eccesso del suo potenziale, del compromesso con il paese e con quello che non va.

Era già tutto questo all’inizio, e figuriamoci se non lo è diventato - tanto più - adesso che la fine si avvicina, ineluttabile come per le cose di questa terra. Massimiliano Gallo, che codirige Linkiesta, mi dice spesso che sono anni che preconizzo una fine che non arriva mai. E anche il nostro Peppino Caldarola, con una certa autoironia, nel raccontare il momento che attraversiamo ammette che “a dire per anni che Silvio è finito, prima o poi ci si prende”.

È vero, hanno ragione. E quindi, per definizione, Berlusconi sta ormai camminando verso un tramonto triste e meritato: quello che tocca a chi aveva promesso il suo successo e il suo modello di efficienza per tutti, e lascia il paese dove l’aveva trovato: e quindi, quasi vent’anni dopo, parecchio più indietro. Burocrazia, distanza tra Nord e Sud, casse pubbliche messe male, pubblica amministrazione messa malissimo, imprese vere gravate dallo stato in ogni modo: niente che non abbiamo già raccontato, e che continueremo a raccontare su Linkiesta.

Il dubbio che resta a me - mentre penso alle settimane, ai mesi o ai pochi anni che separano Silvio Berlusconi dal lavoro degli storici - è però un altro: questo paese ha preso in considerazione che fare senza di lui non sarà così facile? Abbiamo capito che i suoi errori, i suoi “orrori”, i suoi eccessi e tutto il resto sono stati un grande ombrello che tutti riparava?

Domani o dopo, quando lui non ci sarà più, bisognerà per davvero fare i conti con chi siamo: noi popolo che l’ha eletto e noi popolo che volentieri si è fatto plasmare da lui, prima e durante la sua vita da politico di primo piano. E non ci sarà più lui fare da scusa o da salvatore fuori tempo massimo per tutti i nostri mali. Sarà un’esperienza eccitante, politicamente e socialmente ricca di tante potenzialità: ma anche rischiosa e piena di sfide per un paese che deve ancora dimostrare che la classe dirigente che l'ha portata fuori dalla guerra può essere per noi la regola, e non una mitologica eccezione. Dovremo dimostrare a noi stessi prima che ai sorrisini di Merkel e Sarkozy, che sappiamo gestire la crisi economica, che sappiamo fare le riforme, che sappiamo rilanciare il paese. E così via.

Vedremo, insomma, e proveremo in tanti a fare la nostra parte, ognuno (si spera) facendo quel che sa fare. Per tornare all’inizio di questa storia, a quel rettangolo verde su cui si gioca il gioco più bello del mondo, una cosa sola non mi preoccupa: la mia squadra del cuore. Vada come vada, siamo vaccinati a tutto: anche io, che ero piccolo, ricordo bene la serie b. Prima che arrivasse lui, naturalmente.

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