Marta che guarda
28 Ottobre Ott 2011 2210 28 ottobre 2011

Una Separazione, di Asghar Farhadi

Qualche tempo fa io e il mio compagno abbiamo avuto bisogno di aiuto. Lentamente, piano piano, senza che ce ne accorgessimo, ci era successo qualcosa che ci aveva allontanato, che ci aveva portato ferite mai davvero volute, e inaspettate di fronte a un amore che appariva grandissimo.
Quello che abbiamo imparato, facendoci aiutare, è che tutto il dolore era arrivato dalla somma delle parole non dette. Dalle censure imbarazzate che entrambi operavamo sui nostri pensieri neri, su quelli che potevano fare male, far arrabbiare, deludere.
Ci siamo trovati di fronte a un abisso,
noi due, e i nostri figli con noi,
nonostante tutto l’amore che avevamo e abbiamo per loro.
Noi abbiamo capito in tempo, e ci siamo fermati.
Per iniziare da capo, con il coraggio di dirci anche ciò che sembra più comodo tacere.

In Una separazione è di questo che si parla.
Del potenziale ad alto rischio che porta con sé il pudore di esprimere gli affetti, di dire gli sbagli commessi, le colpe che fanno vergognare.
Nel film si assiste angosciati al crollo lento e inesorabile di una coppia, di una famiglia, poi di due.
Tutto per un incrocio crudele di omissioni,
di atti compiuti e poi negati,
con la scusa della questione di principio,
o di un orgoglio ostinato e inopportuno,
o dell’obbedienza a regole religiose opprimenti e talvolta ridicole.
Nessuno si salva, qui.
Non la coppia, non la figlia undicenne, intelligente e sgomenta,
non il vecchio, tenerissimo nonno malato di Alzheimer,
che infatti resta muto alla fine di questo sfacelo,
ma nemmeno la badante incinta, la sua bambina piccola, il marito ignaro e disperato di miseria.
È un disastro raccontato con grande delicatezza,
con com-passione umana,
preferendo l’allusione che lascia libertà di pensiero a spiegazioni che dividano il bene dal male.
Solo che non è un film francese votato all’intimismo.
E non è nemmeno svedese con nostalgie bergmaniane, per dire.
Una separazione è un film iraniano.
Ambientato in un Iran che sorprende se, come me, hai per lo più stereotipi in testa su quella parte di mondo.
È un Iran metropolitano, trafficato, quasi occidentale se non fosse per quelle donne, tutte, con il velo a coprire i capelli e per quelle, le più povere, con il chador nero a nascondere anche il corpo.
Gli attori sono bravissimi, dal vecchio alla bambina.
Senza mai una gigioneria,
un virtuosismo inutile, a disturbare la verità di questa piccola storia universale.

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