Brideshead
31 Ottobre Ott 2011 1323 31 ottobre 2011

La sfida di Chiamparino e Gitti

Pur essendo indirizzata al direttore del quotidiano milanese, la lettera di Sergio Chiamparino e Gregorio Gitti pubblicata ieri sul Corriere della sera ha un destinatario diverso. Si tratta, infatti, di una lunga missiva che si rivolge a Ferruccio de Bortoli nella speranza che il messaggio arrivi a ciascuno degli elettori di centro-sinistra e, più in generale, direi, a tutti coloro che vorrebbero poter contare sulla presenza di una forza riformista liberale in grado di far sentire la propria voce in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo. Possiamo immaginare che nella scelta dell'indirizzo cui spedire la lettera, Chiamparino e Gitti abbiano considerato non solo la larga diffusione del Corriere, ma anche l'assenza di un recapito affidabile per la moltitudine di destinatari cui verosimilmente volevano rivolgersi. Perché non c'è dubbio che in questo momento la sinistra liberale e riformista in Italia non ha casa.

Non è facile immaginare come recuperare alla partecipazione e all'impegno decine di migliaia di democratici, socialisti e liberali di sinistra che se ne sono allontantanati negli ultimi anni. Dopo aver assistito alla morte ingloriosa della prima repubblica e alla progressiva degenerazione del dibattito pubblico di questo paese, che potrebbe essere anche la principale eredità che ci lascerà la seconda. Un lascito velenoso che alimenta una pericolosa sfiducia nei confronti della democrazia parlamentare. Ancor più complicato potrebbe rivelarsi attirare energie fresche per un partito riformista. Con il PD che assomiglia sempre più a uno di quei condomini dove tutti litigano e sperano che gli altri cambino casa al più presto per non doverli incontrare nemmeno in ascensore, ci sono margini davvero ristretti per promuovere lo slancio e l'entusiamso che sarebbero indispensabili per una campagna elettorale ormai prossima.

Forse l'unico modo per farlo è mostrando di essere capaci di concretezza senza perdere di vista i principi. Da questo punto di vista, le osservazioni di Chiamparino e Gitti meritano attenzione. In primo luogo, perché pongono una questione di metodo: «Se continuiamo a cercare con chi vincere, vuol dire che il ventennio berlusconiano non ci ha insegnato nulla». Bisogna uscire dall'ossessiva ricerca del leader, di uno che ci metta la faccia, come se il problema più grave del centro-sinistra non fosse a questo punto una totale confusione di messaggi e contenuti. Che nella percezione comune equivale all'assenza degli stessi. Che senso ha ragionare sul premier se non c'è una linea di politica economica? Se l'unica cosa che si riesce a fare è litigare sterilmente sulla lettera della BCE non c'è alcuna speranza di far sentire una voce distinguibile della sinistra liberale e riformista quando ci sarà da discutere delle misure necessarie per uscire dalla crisi. Sotto questo profilo, le proposte di Chiamparino e Gitti sulla competitività, il debito e la qualità della spesa pubblica aggiungono sostanza alla premessa di metodo: «per crescere bisogna essere competitivi, e la competitività non può prescindere da quello che un tempo si chiamava il capitale umano». Ciò comporta sottrarsi alla risposta meccanica dei tagli lineari per assumersi coraggiosamente l'onere di indicare dove, e di quanto, si può tagliare, concentrando le risorse dove sono indispensabili. Fare dell'equità il motore di una crescita sostenibile è la sfida lanciata da Chiamparino e Gitti. Speriamo che siano in tanti a raccoglierla nelle prossime settimane.

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