Technology Review
31 Ottobre Ott 2011 0938 31 ottobre 2011

Le tecnologie digitali fanno male all’occupazione?

Viene messa in discussione la tesi secondo la quale gli sviluppi delle tecnologie digitali siano sempre un bene dal punto di vista della occupazione.

(Intervento di Alessandro Ovi, direttore dell’edizione italiana di Technology Review, la rivista dell’Mit dedicata all’innovazione tecnologica).

Un libro appena uscito mette in discussione la convinzione che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione distruggano sì posti di lavoro a breve termine, ma poi ne costruiscano di nuovi a lungo. Si tratta di: “Race Against the Machine: How the Digital Revolution Is Accelerating Innovation, Driving Productivity, and Irreversibly Transforming Employment and the Economy” di Erik Brynjolfsson, direttore del Centro per il Digital Business alla Sloan School of Management del MIT , Andrew McAfee, un ‘Principal Research Scientist’ presso lo stesso Centro. Brynjolfsson and McAfee sostengono che queste tecnologie fanno allo stesso tempo tre cose.

  • Mettono in condizione i Leader di alcuni settori di guadagnare molto di più che nel passato
  • Rimpiazzano lavoratori con Software in tantissime attività

  • Man mano che le fabbriche e si automatizzano con robots, portano benefici alla proprietà delle aziende alle spese dei lavoratori

Il fatto ben visibile è che circa il 60% della ricchezza creata negli Stati Uniti tra il 2002 e il 2007 è andato all’1 degli americani. Questo non è stato solo il risultato della deregolamentazione del sistema finanziario o degli sgravi fiscali ai redditi più alti messa in atto da Bush. Le tecnologie ICT hanno reso possibile una vendita molto più ampia di ‘beni digitali’ e la espansione del “sostegno del software al management”. Le tecnologie IC permettono alle superstar siano esse Mark Zuckerberg o Lady Gaga, o i manager di hedge funds di far valere le loro capacità ed i loro talenti su un orizzonte di beni e di clienti molto più ampio di quanto fosse possibile precedentemente.

Dice Brynjolfsson: «I “bits” possono essere distribuiti a costo zero istantaneamente in tutto il mondo, cosa che non si può fare con ‘gli atomi (ovvero le cose materiali)». Così come tutti oramai sanno può essere fatto per la musica, i giornali, i libri, questo è vero anche per i processi gestionali, che vengono inglobati nel software a vantaggio di chi deve decidere e comandare. Questa dinamica aiuta a spiegare perché economia e produttività possono crescere ed i posti di lavoro diminuire. Esattamente questo è successo nella prima decade degli anni 2000 con un brusco cambiamento rispetto ai sessant’anni precedenti durante i quali si era visto un aumento costante a due cifre dei posti di lavoro.

Come dice McAfee: «La tecnologia fa crescere la “torta del’economia” nel suo complesso, ma questo è molto diverso dal dire che ne lascia a tutti una fetta sempre più grande». Il software ha fatto perdere molti posti di lavoro, come tutti possono vedere quando prenotano un aereo o vogliono acquistare cose per se o inviare regali. Ma anche altri lavori come per esempio l’esame di certi tipi di documenti una volta fatti da eserciti di legali, oggi i possono essere fatti da tecnologie di scanning o da software specializzati. L’imprenditorialità non è certo diminuita negli Stati Uniti, ma quanto è cambiato è che si può avviare una nuova azienda con molto meno dipendenti di quanto fosse necessario dieci anni fa. Quanto al “terzo trend”, la crescita della automazione robotizzata, basta ricordare il caso di Foxcom il produttore globale cinese di componenti elettronici di ogni tipo che sta progettando di sostituire decine di migliaia dei suoi operai con migliaia di robots. «Ciò significa» dice McAfee , «che più ricavi vanno al capitale, e meno ai lavoratori».



Robert Solow, che vinse il premio Nobel nel 1987, per la sua ricerca macroeconomica sulla crescita della economia, incluso il ruolo della tecnologia, dice che i progressi tecnologici creano sempre disoccupazione localizzata, ma che la storia insegna che lì occupazione aggregata e l’impiego a salari crescenti, non ne hanno sofferto. Solow sostiene di non avere motivi per essere in disaccordo con le idee del libro del MIT, ma che pensa sia ancora troppo presto per dire se gli ultimi dieci anni dimostreranno di essere stati diversi dal passato. Fa notare che alcune delle tecnologie descritte nel libro, come quella delle auto in grado di viaggiare senza nessuno alla guida, possono dare al lettore l’impressione esagerata che siamo molto più vicini di quanto realmente possibile a enormi cambiamenti del modo in cui viviamo e ad enormi aumenti della produttività, cha alla fine creeranno ancora maggior disoccupazione. E Solow, che ha 87 anni, fa notare che la aspirazione di miliardi dei poveri del mondo creeranno una enorme opportunità per una continua crescita economica ed occupazione. Una parte verrà certamente dalle popolazioni a bassissimi salari ma ci sarà un ruolo molto importante e ricco di opportunità per lavoratori a salario e produttività più elevate del mondo ricco.

Gli Stati Uniti ed il resto del mondo sono certamente passati attraverso grandi cambiamenti tecnologici e trasferimenti dell’occupazione . Ma la gente si è sempre adattata ai nuovi lavori. Si è “reinventata”, sul cosa fare e sul dove farlo, per andare avanti. Il problema è che oggi tutto succede con molta maggiore rapidità. Solow è d’accordo con la conclusione del libro che la ricetta più importante per risolvere la situazione è lo sviluppo di grandi programmi di “addestramento permanente” alle nuove necessità del lavoro. Ma il vero grande problema non affrontato, anche se ben presente sullo sfondo, è come ci si possa confrontare con una economia nella quale una enorme quantità di lavoratori diventano rapidamente superflui, e dove la miglior parte del lavoro è fatto da robots, inclusa la loro produzione. «Bisogna cominciare a pensare a come mantenere una popolazione che non sa come trovare lavoro. Un modo possibile è certamente la democratizzazione del capitale. Se tutti i ricavi infatti vengono guadagnati dal capitale e dalle macchine, allora l’economia è obbligata a diventare una sorta di fondo mutualistico, una situazione in cui il capitale è diffuso in tutta la popolazione . Ma questo è lontano un secolo..due secoli, o forse non succederà mai...» dice Solow.

Quello che per ora Brynjolfsson e McAfee mettono in evidenza, è che in aggiunta agli altri problemi macroeconomici e alla crisi del 2008, l’economia americana sta passando attraverso un cambiamento strutturale profondo stimolato dalla tecnologia, e dai nuovi modi di utilizzarla. E, riferendosi alle dimostrazioni a Wall Street e in tante altre parti del mondo, dicono: «Tutto questo aiuta a capire perché tanta gente è tanto arrabbiata».

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