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4 Novembre Nov 2011 1544 04 novembre 2011

Il 4 novembre di Peppone

Autunno, quello che si vede fuori dalla finestra in questa parte d'Italia tra l'Adda e il Po. Piove, i marciapiedi si ricoprono di foglie gialle e anche se la temperatura è mite, è autunno. E' il 4 novembre, giorno una volta dedicati ai Caduti, oggi festa delle Forze armate dell'Unità d'Italia.

"Autunno" è anche un bellissimo racconto di Giovannino Guareschi pubblicato sul Candido il 2 novembre 1947 e poi diventato un capitolo del primo "Don Camillo". C'è da festeggiare i morti della Grande Guerra, ma Peppone non ne vuole sapere e si sfoga con il prete: "L'eroismo, il sacrificio, quello che muore buttando la stampella dietro al nemico in fuga, le campane di San Giusto, Trento e Trieste, il Grappa, la Sagra di Santa Gorizia, il Piave che mormorava, il bollettino della vittoria, gli immancabili destini: tutta roba che puzza di monarchia e di regio esercito e che serve soltanto per montare la testa ai giovani e far propoganda al nazionalismo e all'odio contro il proletariato". Roba spiccia e che va dritta al punto.

Poi accade che il 4 novembre, al monumento dei Caduti dove va a fare visita anche don Camillo dopo la messa, siano presenti due corone di fiori: una con un nastro tricolore e la scritta "il Comune", l'altra fatta di garofani rossi e la dicitura "il popolo".

"Ho visto le corone" disse don Camillo.

"Le corone? Quali?" chiese con indifferenza Peppone.

"Quelle del monumento. Belle".

Peppone si strinse nelle spalle.

"Ah, dev'essere stata un'idea dei ragazzi. Vi dispiace?".

"Figuarti".

I due si ritrovano nella canonica, con il sindaco piuttosto nervoso e tutto sudato. Don Camillo lo attira con l'inganno, garantendogli un bicchiere di vino e un'aspirina, le due medicine per scacciare i brividi di freddo che Peppone attribuisce all'influenza di stagione. Peppone manda giù l'aspirina e continuando a tenere il pastrano sulle spalle, comincia a sudare sempre di più e don Camillo gli versa un bicchiere dietro l'altro per levargli la sete di gola. Attaccano con i ricordi e salta fuori che don Camillo su in trincea si era guadagnato una medaglia per aver sfidato i proiettili degli austriaci: c'era un moribondo da accompagnare all'ultimo respiro.

"Lo so questo fatto. L'ho letto sul giornale militare che ci portavano in trincea, invece di portarci da mangiare, quei porci!", ribatte Peppone. La medaglia del prete è lì nella stanza, in un quadretto appeso alla parete. "Voi avreste il diritto di portarla. Chi non ruba le medaglie ha il diritto di portarle", aggiunge. Ma don Camillo non molla la presa, calibra bene le parole e continua a riempirgli il bicchiere di vino.

"Muoio dal caldo", sospirò.

"E cavatelo questo pastrano!".

Peppone si tolse finalmente il pastrano, e allora si vide che Peppone aveva appuntata al bavero della giacca la medaglia d'argento che s'era guadagnato nella guerra '15-18.

"Be'", disse don Camillo cavando dal quadretto la sua medaglia d'argento e appuntandosela sulla tonaca. "E' un'idea".

Funzionava così, una volta.

Ps: non siamo critici letterari, abbiamo già troppi difetti. Ma c'è un libro a riguardo, scritto da Paolo Malaguti, classe 1978 e insegnante di Lettere al liceo Brocchi di Bassano del Grappa. Nel 2009 con la casa editrice trevigiana Santi Quaranta ha pubblicato il suo primo romanzo, "Sul Grappa dopo la vittoria". Bello.

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