Marta che guarda
4 Novembre Nov 2011 0000 03 novembre 2011

Quando la notte, di Cristina Comencini

In fondo lo sapevo, sotto sotto, che sarebbe finita così.
Solo che speravo che i critici, quelli veri, si fossero tutti sbagliati e che lo avessero fatto con prevedibile cattiveria, arrivando a ridere con ferocia proprio nei momenti che dovevano essere di massima emozione.
Speravo che avessero stroncato un film italiano solo perché, diciamolo, a Venezia fa figo così.
Invece i critici, quelli veri, avevano ragione e mi dispiace tanto. Perché il tema del film è di quelli che ci si può fare un capolavoro e che risuona dentro ogni donna come nessun altro: la difficoltà di essere madre, di essere all’altezza di quello che tutti si aspettano da te, a cominciare dal padre dei tuoi figli per arrivare alla sconosciuta che incontri sul bus.
Solo che se lo spieghi a ogni inquadratura, se lo ribadisci a ogni sequenza e in ogni passaggio narrativo, alla fine diventa stucchevole e ti senti trattata, tu spettatrice, come una deficiente. Quel dolore si svuota di ogni tormento profondo e quel buio che ogni madre vive, con maggiore o minore intensità secondo i casi, appare irritante per la sua banalità.
Quando la notte, invece di entrare davvero nel mistero del sentire materno, riduce tutto a uno schema che poco ha della complessità che appartiene all’inconscio, al subconscio, al conscio, e si fa stereotipato.
I personaggi sembrano usciti da un manuale di psicologia: Marina (Claudia Pandolfi) è una madre lasciata emotivamente sola dal marito nel gestire il loro bambino di due anni e che viene spedita in un paese isolatissimo in montagna (do you remember Cogne?), dove alterna momenti di amore e di odio per questo suo figlio che piange spesso e volentieri. E, casomai non fosse abbastanza chiara l’ambivalenza di questo sentire, la Comencini le fa scrivere “amore/odio/amore/odio” su un disegno del piccolo e le fa cantare “questo amore è una camera a gas” di Gianna Nannini. E via così, per tutto il film, un continuo seminare indizi che assordano come una tromba.
Il suo vicino di casa, Manfred (il tenebrosissimo Filippo Timi), è un montanaro che, manco a dirlo, da bambino è stato abbandonato dalla madre e, a rincarare la dose, è stato abbandonato pure dalla moglie che se ne è andata via con i figli. Quindi? Come da manuale odia le donne, specie se sono madri. E questo odio ti aggredisce attraverso un ringhiare continuo, attraverso sguardi che nemmeno un orco riesce a essere così truce.
Ovvio, da manuale appunto, che tra i due nasca un’attrazione, che si esprime in sguardi così intensi ed espliciti che non vedi l’ora che finalmente vadano a letto insieme così la smettono di spiarsi come due sessuomani repressi.
Ci sono troppe parole in questo film, dialoghi da fotoromanzo.
Anche il modo di riprendere il paesaggio, le bellissime montagne di Macugnaga, sta ancora una volta a sottolineare il filo sottile che divide un momento di scoramento dall’abisso della tragedia.
Invece, accidenti, bisogna essere delicati, sottili ed evoluti quando si maneggiano sentimenti tanto potenti e primitivi. Anche perché non è più così vero che la maternità viene trattata solo come momento di apoteosi e di realizzazione piena e serena di una donna. La depressione che nasce tra le pieghe dell’amore materno è un tema ricorrente nelle riviste femminili. Fioriscono e sono seguitissimi i blog di madri che raccontano storie di gioia e di tanto dolore, senza contare i casi di cronaca: non passa mese senza che da qualche parte una madre esasperata compia il più terribile dei delitti, che è omicidio e suicidio insieme.
Allora non basta denunciare il problema, ricorrendo a storie che diventano piatti stereotipi, inserendo storie d’amore inutili che allontanano dal tema. Questo film, e mi dispiace davvero, è un’occasione mancata.
Di buono c’è Claudia Pandolfi, tanto bella e intensa che se fossi un uomo me ne innamorerei perdutamente. Quanto a Filippo Timi, bello intenso pure lui, sarebbe stato più efficace e credibile se fosse riuscito a rilassarsi. Almeno ogni tanto.


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