Dischaunt
6 Novembre Nov 2011 1609 06 novembre 2011

Tracce di depressione. Come la musica ci cambia l'umore

I hate myself and I want to die”: nel 1994, pochi giorni prima della pubblicazione di questa canzone come b-side del singolo dei Nirvana "Pennyroyal Tea", Kurt Cobain si uccise nella sua casa di Denny-Blaine, quartiere di Seattle. L’etichetta Dcg, consapevole dell’effetto che la canzone avrebbe scatenato nell’opinione pubblica americana, cercò di bloccare la distribuzione del disco nel tentativo di arginare le polemiche. Che puntualmente arrivarono: “La musica dei Nirvana è depressiva, può portare i ragazzini al suicidio”, era la preoccupazione cubitale di giornali e televisioni. Cobain, intervistato da David Fricke di Rolling Stone nel gennaio di quell'anno, aveva però definito il brano «nulla in più di uno scherzo, una presa in giro di noi stessi». Il cantante ammise che aveva preferito togliere “I hate myself..” dalla scaletta di “In Utero”, il terzo e ultimo disco dei Nirvana: «Ad un certo punto pensai addirittura di usare quella frase come titolo del disco, ma sapevo che la gente non avrebbe capito».

Sulla scia delle polemiche, quell'episodio fece tornare in auge una domanda vecchia almeno quanto i Black Sabbath: la musica può portarci alla depressione? Che effetto hanno sulla nostra psiche le emozioni ed i messaggi veicolati dalle canzoni? In "Alta fedeltà", film di Stephen Frears tratto dall'omonimo romanzo di Nick Horby, il protagonista Rob Gordon, infelice proprietario di un negozietto di dischi, si struggeva per trovare una soluzione al dilemma.

Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo la pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music? (da "Alta fedeltà" di Stephen Frears, 2000)

In anni recenti molti studiosi hanno cercato di dimostrare l’esistenza di un legame tra la musica e la nascita di stati depressivi. Una ricerca realizzata nel 2011 dall’università di Pittsburgh e pubblicata dagli Archives of Pediatrics and Adolescent Medicines afferma che «negli adolescenti un disordine di tipo depressivo può essere associato all’ascolto di musica popolare». Quanto c’è di vero?

«La musica può influire sulla persona in vari modi, positivi e negativi», spiega Claudio Bonanomi, psicologo e musicoterapeuta, vicepresidente dell’Aim e direttore del Centro Arti Terapie di Lecco. «Nella maggior parte dei casi un andamento musicale lento con assenza di ritmo e timbri lievi, dei violini ad esempio, induce uno stato di tranquillità. Non esiste però una regola: gli effetti che la musica può avere sulla mente delle persone variano da soggetto a soggetto. L’unico dato certo è che in qualche modo la musica influisce su di noi». Il flusso sonoro non tocca solo i nostri timpani, ma diffonde delle vibrazioni in tutto il corpo. «Quello che ascoltiamo ci proietta in uno spazio-tempo differente», prosegue Bonanomi. «Quando sentiamo una canzone, anche se non ce ne rendiamo conto, stiamo percependo degli oggetti sonori. Se un flauto traverso suona note alte percepirò il suono più in alto, nel caso di una batteria lo percepirò più in basso. È un’esperienza corporea totale».

Possiamo quindi affermare che la musica ha effetti diversi a seconda dell'andamento, del ritmo e del tono. Qualche settimana fa, una ricercatrice dell’università di Melbourne ha reso pubblica una ricerca sull’influenza che l’heavy metal ha sulla psiche dei giovani. Dopo aver interpellato mille ragazzi tra i 13 e i 18 anni, Katrina Mc Ferran, questo il nome della giovane studiosa, ha evidenziato che «l’heavy metal toglie energia e positività. Soprattutto se ascoltato ossessivamente, diventa un mezzo per isolarsi ed evadere della realtà. Il genitore deve preoccuparsi: il ragazzo che ascolta questa musica in continuazione potrebbe soffrire di ansia o depressione, o peggio avere tendenze suicide». Ma davvero generi musicali diversi possono rendere diverso il nostro umore? Secondo Claudio Bonanomi «non c’è nulla di dimostrato o dimostrabile. Certo, una musica più ripetitiva caratterizzata da percussioni ossessive ha effetti diversi da un’aria di Mozart, che con il suo andamento variegato tende a farci viaggiare di più con la mente e con il corpo. Ma, ancora una volta, dipende tutto da chi ascolta: è il soggetto che rende un certo tipo di musica depressiva o energizzante».

Nelle arti terapie, per esempio, il suono diventa un mezzo per avvicinarsi al paziente e cercare di affrontare le sue problematiche. «Noi la utilizziamo per creare un contatto diretto con il paziente», prosegue Bonanomi. «Al di fuori di un contesto terapeutico, però, i soggetti problematici potrebbero essere influenzati negativamente dalla musica. La differenza sta nelle modalità di fruizione: mentre una persona stabile ad un certo punto riesce ad uscire dalla propria esperienza musicale, interrompendo il flusso sonoro ed emotivo, i soggetti instabili tendono a restarci dentro, quasi come intrappolati. In questi casi la musica diventa l’involucro che li racchiude e li separa dal mondo reale».

Nel 2010 il Guardian definiva i musicisti “naturalmente inclini alla depressione”, chiedendosi: «Ma è la depressione che li spinge a suonare oppure è suonare che li rende depressi?». Il celebre giornale inglese elencava tra gli altri i casi di Nick Drake e Elliott Smith, entrambi alle prese con problemi di ansia e infelicità. Per Bonanomi non esiste una correlazione diretta: «Fare musica difficilmente può rendere depressi, al massimo malinconici. Il fatto di “fare” qualcosa già di per sé allontana dalla depressione. Nella cosiddetta “musicoterapia improvvisativa”, per esempio, analista e paziente suonano insieme uno strumento: così facendo iniziano a parlare la stessa lingua, oltrepassando barriere che altrimenti sarebbe impossibile abbattere. La musica, in quanto diretta espressione dell’anima, è per definizione antidepressiva».

Sono tantissimi i siti in cui si cerca di stilare classifiche delle band o delle canzoni più deprimenti. Nelle top ten del web (alcuni esempi: 1 - 2 - 3) i nomi più ricorrenti sono The Cure, Joy Division, Radiohead, Alice in Chains, Velvet Underground, Rem (tanto amati dal già citato Cobain), Nick Cave, Placebo e – vincitori con distacco – The Smiths. La band di Morrissey può vantare classifiche dedicate e addirittura un gioco online in cui l’utente si esercita sui testi più depressi. Titoli come “There is a place in Hell reserved for me and my friends”, “Satan rejected my soul” e “I am hated for loving” hanno appiccicato agli Smiths l’etichetta di band più depressa della storia, tanto che in Inghilterra “Togli dallo stereo quel vecchio disco di Morrissey!” è diventata un’espressione proverbiale per dire “Smetti di essere così depresso!”.

In conclusione, pur non esistendo nessuna dimostrazione concreta della correlazione tra musica e depressione, possiamo affermare che quello che ascoltiamo ha un effetto diretto su di noi, sui nostri comportamenti e sul nostro umore. Un effetto che può essere positivo e negativo, a seconda del nostro modo di approciarci al mondo. «Tutti ascoltiamo musica indipendentemente dal nostro livello culturale e sociale», conclude Bonanomi. «Avvertiamo la necessità di fare i conti con il sonoro. È il segno che la musica riveste un ruolo centrale nelle nostre vite. Del resto, le emozioni sono fatte della stessa natura dei suoni».

(Immagini prese su Flickr da: Black Glenn, Joel R.L. Klassen, Chris28mm)

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