Il lavoro è cambiato. E i diritti?
7 Novembre Nov 2011 1107 07 novembre 2011

Per tornare a crescere, riformiamo il lavoro

Che imprenditori ed investitori, sia italiani che, soprattutto, stranieri, chiedano al nostro sistema di diritto del lavoro maggiori semplicità e flessibilità, sia in entrata che in uscita, è un dato oggettivo, dal mio angolo visuale di avvocato del lavoro: maggior libertà di assumere, secondo le modalità più adatte alla concreta esigenza, ed anche a termine; ma pure, e soprattutto, maggior libertà di licenziare, sia per ragioni economiche, se le cose dovessero andare male, che per ragioni soggettive e comportamentali, nel caso di inadempimenti o performance gravemente inadeguata.

Ciò che lamentano è, da un lato la rigidità della legge, e, dall’altro, il “buonismo” di tanti giudici che interpretano, ed è consentito che interpretino, i parametri di giusta causa e giustificato motivo soggettivo (le ragioni, solo in presenza delle quali, è già oggi per legge lecito licenziare) in maniera eccessivamente elastica e generosa verso i lavoratori.

Mi pare indubitabile, dunque, che una riforma della materia, che, magari solo per i neoassunti, da un lato attenui le rigidità del sistema italiano rispetto a quelli degli altri paesi, soprattutto riguardo alle conseguenze del licenziamento illecito (e cioè alla famosa reintegrazione), e dall’altro limiti gli spazi di discrezionalità e valutazione in sede giudiziale a beneficio della certezza del diritto, possa contribuire ad una ripartenza dell’economia e delle assunzioni, finendo per superare, nel tempo, la odiosa discriminazione, propria del nostro Paese, tra i lavoratori “iperprotetti” e quelli senza alcuna protezione.

Come è certo che potrebbe ridare un po’ di credibilità ad un Paese che non è ha più alcuna. Ma che da sola possa bastare a risolvere i problemi dell’economia, o anche solo a far ripartire le assunzioni, non è seriamente sostenibile. Diverse ed ulteriori sono infatti le variabili in gioco. Sicchè ai lavoratori, ed alle Organizzazioni Sindacali, si finisce per chiedere oggi, e subito, un sacrificio certo, a fronte di benefici invece futuri e incerti. Personalmente credo sia molto, forse troppo.

Ma credo pure che potrebbe essere diverso se la riforma dei licenziamenti - oltre a non colpire troppo duro (la proposta Ichino, a ben guardare, non lo fa: forse si potrebbe partire proprio da lì) - si inserisse nel quadro di ulteriori provvedimenti, coevi ed altrettanto efficaci.

Provvedimenti organici tra loro, che fondino, in concreto, maggiori prospettive di ottenere il beneficio auspicato in termini di ripartenza dell’economia e, dunque, di incremento dell’occupazione; e che, al contempo, diano il senso della condivisione effettiva dell’emergenza da parte di tutti, a partire dai politici e da chi ha di più.

Sto pensando evidentemente al recupero immediato di risorse: dai tagli alla politica, da una lotta seria alla evasione (cosa ci vuole ad eliminare le transazioni per contanti al di sopra di determinate soglie?); come pure ad una patrimoniale importante ed ad una tassazione straordinaria dei maxi redditi. Ma sto pensando, ancora di più, all’impiego, altrettanto immediato, serio e trasparente, di tali risorse in interventi ben focalizzati, di stimolo all’economia, alle imprese ed alle assunzioni, quali da tempo invocati da Confindustria.

Il tema vero è, allora, anche dallo specifico angolo visuale del tecnico giuslavorista, quello più generale: quello cioè della concreta volontà e possibilità, del Governo attuale piuttosto che di possibili futuri Governi, di realizzare, in tempi brevissimi, ed anche a prezzo di grande impopolarità nel breve periodo (con conseguenti ripercussioni elettorali), tutti quei primi e principali interventi, non moltissimi in verità, ormai davvero improcrastinabili.

Il quesito, in altre parole, è: chi ha, nella concreta situazione ed in una valutazione pragmatica di praticabilità, le maggiori possibilità di raggiungere questo obbiettivo complessivo e così, e credo non ci siano altre strade, salvare, davvero all’ultimo minuto (e già lì siamo), il Paese.

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