Brideshead
10 Novembre Nov 2011 0952 10 novembre 2011

La mossa magistrale di Napolitano

Negli scacchi il re non sembra importante. Eppure, i giocatori esperti sanno che a volte risulta decisivo. La nomina di Mario Monti a senatore a vita da parte del Presidente della Repubblica è stata una mossa magistrale nella complessa partita a scacchi che si sta giocando in queste ore per salvare il paese dal default e chiudere la stagione politica di Silvio Berlusconi. Solo una persona che conosce perfettamente le regole del gioco e ne comprende lo spirito poteva concepire un modo così semplice, ma allo stesso tempo efficace, per bloccare l'ennesimo tentativo di menare il can per l'aia escogitato dall'allegra brigata degli azzeccagarbugli di Palazzo Grazioli. Mercoledì mattina, infatti, la situazione sembrava sul punto di precipitare. Dopo aver annunciato, il giorno prima, l'intenzione di dimettersi, il Presidente del Consiglio aveva cominciato a tergiversare sulla data delle dimissioni, cercando di guadagnare ancora qualche giorno per tentare di cavarsela (probabilmente ottenendo lo scioglimento delle Camere in modo da affrontare la campagna elettorale dalla posizione di vantaggio di Palazzo Chigi, con la speranza di evitare una sconfitta troppo netta alle urne). La strategia dilatoria di Berlusconi, se avesse avuto successo, avrebbe messo in seria difficoltà Napolitano. Bisogna ricordare quali sono i limiti del potere presidenziale, stabiliti dalle regole e dalla prassi costituzionale, per quel che riguarda la nomina del Presidente del Consiglio e la formazione di un nuovo governo. Si tratta, come hanno sostenuto due costituzionalisti, Antonio Baldassarre e Carlo Mezzanotte, di un potere di "intermediazione politica". In altre parole, il Presidente «è chiamato a cercare di individuare la maggioranze possibili che si presentino in prospettiva come le più stabili». Dopo un'elezione che si è conclusa con un chiaro vincitore, come è avvenuto nel 2008, questo compito «si riduce a seguire gli orientamenti comunemente accettati dai partiti della maggioranza». Se invece, come accade in questo momento, tale orientamento condiviso non c'è, l'opera del Presidente «assume una precisa valenza politica. In tal caso, infatti, si tratta di favorire la formazione di equilibri politici, di proporre compromessi, di indurre alcune forze ad accettare posizioni inizialmente respinte o non condivise, e, nei casi più gravi, di formulare ipotesi di accordo fra le parti anche con toni ultimativi: si tratta, insomma, di far opera di delicata mediazione politica e di farla secondo la particolare sensibilità politica (né del resto potrebbe essere diversamente) del presidente in persona». In casi del genere, l'arbitro è costretto a entrare in gioco, sia pure momentaneamente. A metà degli anni ottanta, quando Baldassarre e Mezzanotte scrissero il loro libro sulla figura del Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento, si cominciava a intravedere - durante la Presidenza Pertini - un ampliamento del ruolo squisitamente politico del Presidente in corrispondenza con l'accentuarsi della frammentazione della rappresentanza politica. Nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica questo orientamento si è consolidato.

C'è un problema, tuttavia. Come rilevavano Baldassarre e Mezzanotte: «i poteri presidenziali non sono mai decisivi, ma, per poter raggiungere il loro risultato, devono essere esercitati in modo da riscuotere il consenso della maggioranza parlamentare, in mancanza del quale (grazie alla possibilità del voto di sfiducia sul governo proposto) ogni sforzo del capo dello Stato girerebbe a vuoto». Da qui la condizione di difficoltà in cui si trovava Napolitano mercoledì mattina. La mossa con cui il Presidente della Repubblica è uscito da quello che minacciava di trasformarsi in un vicolo cieco dalle conseguenze drammatiche per il paese è stata magistrale perché ha sfruttato un potere presidenziale che in condizioni normali nulla avrebbe a che fare con la risoluzione di una crisi politica per dare un chiaro segnale del suo orientamento riguardo alla nomina di un nuovo Presidente del Consiglio e alla formazione di una maggioranza. Vale la pena di sottolineare che Napolitano ha ottenuto l'effetto senza uscire dai limiti di ciò che sarebbe costituzionalmente accettabile, semplicemente grazie alla scelta dei tempi. Una vecchia prerogativa sovrana si è trasformata in una straordinaria risorsa simbolica nelle mani di un arbitro che è stato un giocatore esperto. A questo punto, la strategia dilatoria di Silvio Berlusconi ha dovuto fare i conti con un ostacolo formidabile e imprevisto. Per il momento, Napolitano sembra avere il controllo della partita. Con una mano sul cuore e l'occhio al portafoglio (le azioni Mediaset che perdevano valore in borsa) Silvio Berlusconi non ha potuto fare altro che controfirmare la nomina di Monti. A questo punto la soluzione della crisi politica ritorna a portata di mano, tranquillizzando anche la borsa.

L'altro effetto ottenuto da Napolitano con la sua mossa magistrale è la parlamentarizzazione dell'uscita dalla crisi del governo Berlusconi. Mario Monti non è più un tecnico calato dall'alto per mettere sotto tutela un parlamento impervio alla ragione e all'interesse nazionale, ma un senatore della Repubblica. Un membro della Camera alta che dovrà rapidamente imparare a muoversi in modo efficace anche in questo nuovo ruolo. Portando il probabile prossimo Capo del Governo nell'aula del Senato grazie alle proprie prerogative, Napolitano potrebbe aver dato anche un contributo alla risoluzione di un altro problema della politica italiana: la formazione di una classe dirigente alternativa per un centrodestra che si lasci alle spalle il partito personale di Silvio Berlusconi. Se gli riuscisse di realizzare anche questo obiettivo di medio periodo, Napolitano avrebbe con la sua mossa magistrale dato anche un contributo decisivo al superamento della Seconda Repubblica.

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