Antonio Aloisi
L’agente Mormora
12 Novembre Nov 2011 1549 12 novembre 2011

È finita, e non è che l'inizio

Oggi i direttori dei giornali berlusconissimi erano al teatro Manzoni di Milano. Feltri ha preso la parola, pareva ci fosse un accenno di standing ovation: invece ad un anziano scappava la pipì quindi usciva dalla fila di poltroncine, costringendo altri del pubblico a fargli spazio. Erano lì a chiedere nuove elezioni.

Ad ogni tornante della storia serve un’immagine per farsi epoca e restare istante. Forse noi ce l’abbiamo, ne abbiamo diverse: in realtà. E l’anziano signore che imbocca il corridoio della toilette mentre dal palco tre editorialisti in vista tuonano contro l’ipotesi (oramai concretissima) di un governo di emergenza nazionale è certamente un fotogramma da conservare. Siamo noialtri qui a guardare e sperare, ed è anche questo un modo di partecipare. Per noi ventenni è una sorta di svolta cruciale, storia che sapremo raccontare da testimoni a chi ce ne chiederà conto. Come quando a mia nonna toccò imparare a convertire gli spicci per la spesa in monete strane e luccicanti. “Togli gli zeri e dividi a metà”, le insegnammo in tutta fretta.

Ora quindi toccherà fare i conti con un periodo di responsabilità nazionale. Messo da parte il rancore delirante di frange impresentabili del nostro Parlamento, lo scenario appare abbastanza nitido. Il Cav. Berlusconi non è stato disarcionato del tutto, ma è chiaro che la sua corsa termini qui. Altro giro, e già questa è una notizia che spiazza. La prima volta in cui abbia sentito parlare di politica, tolti i comizi dei senatori democristiani o dei consiglieri comunisti coi megafoni che gracchiavano e il lessico tardoromantico, è stato per via di una cassetta di quelle che si riavvolgevano con la matita. Era l’inno di Forza Italia, sfondo celeste e nuvole rade. All’interno foto dell’imprenditore sceso in campo e sul retro il testo da mandare a memoria.

Nel frattempo son cresciuto. Ma me lo ricordo ancora, un po’ come tutti i tormentoni. «Il futuro è aperto, entriamoci» faceva il paio col discorso pacatissimo e patinato che le tivvù mandavano in onda. Con i cappellini che andavano a ruba, le spillette (ai bimbi quelle di carta adesiva, ai grandi quelle dorate o argentate), le bandiere garrenti, i foulard per signora, le cravatte che nessuno ha mai messo, i banchetti per la raccolta di firme. Abbiamo vissuto in un limbo istituzionale traumatico, divertentissimo e pericoloso, abbiamo sudato non poco per spiegare ai nostri coetanei stranieri cosa significasse questo show (complicato ma non troppo). Ora i coriandoli delle kermesse sono solo brandelli di una maschera triste.

Di Mario Monti - perito come pochi e destinato (forse, avanti con gli scongiuri!) a prendersi cura del Paese - si parla bene, com’è giusto. Se serve un aneddoto, eccolo: significa poco, diamine, ma vuol dire tantissimo. Squilla il suo cellulare un giorno, chiamano dall’altro capo dell’Atlantico per un’intervista. Risponde, dà appuntamento al giorno dopo, sorride. «Si sono stupiti che fossi proprio io a rispondere, che c’è di strano? Hanno chiamato sul mio numero, chi altro dovrebbe rispondere?» Punto, poi verrà quella cosa che si chiama futuro – magari – e giustificherà questa retorica sbrodolata da sussidiario delle elementari. Noi ci saremo, ovviamente, emozionati come poche altre volte, perchè la situazione è grave e seria.

E, se possiamo: vorremmo poter non invitare qualcuno, con molta cortesia (l’elenco è lungo, ma ce lo teniamo stretto – quasi che non parlarne fosse già un esercizio di nobilissimo oblio civico). Auguri quindi a noi tutti! Non c’è da festeggiare, perché è finito un tempo lungo ma ora, nei supplementari, servirà colmare la voragine di credibilità del Paese, risanare i conti, ricominciare a crescere, scommettere sulla sobrietà e fare tante altre cose coraggiose e necessarie. Il fatto che chi materialmente si confronterà con questo nostro disastro patrio abbia già i capelli sinceramente canuti è un segnale rassicurante, gli si sarebbero comunque imbiancati in fretta: supponiamo. Oggi sarà ricordato come un addio, un anniversario, un battesimo o qualcosa del genere, e diciamolo subito: ci piace tanto.

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