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17 Novembre Nov 2011 0832 17 novembre 2011

Ma "Occupy Wall Street" non sta rinnovando la sinistra

L’occupazione di Zuccotti Park, a New York, si è conclusa con una metafora suggestiva: i manganelli inviati da un sindaco (un finanziere miliardario) che colpiscono i giovani indignati per l’immoralità di Wall Street. Il simbolismo non potrebbe essere più lampante. Non è chiaro perché Michael Bloomberg abbia deciso questa svolta repressiva proprio ora, quando tra i militanti si stava discutendo se interrompere l’occupazione per l’incombere del Generale Inverno. Ma qualunque sia stata la motivazione (probabilmente solo una forma di perbenismo legalitario che mal tollerava un campeggio non autorizzato a due passi da Wall Street), quel movimento è tutt’altro che finito. Anzi, è probabile che quello a cui abbiamo assistito in questi mesi nelle piazze di molte capitali sia solo l’anticipazione di un fermento destinato a durare a lungo. E i manganelli di Bloomberg serviranno solo a dare fiato a una protesta che già sta rifiorendo.
Le cause che sono all’origine del malessere – la disoccupazione giovanile e le crescenti ineguaglianze economiche – non sono certo svanite. Ma se è certo che il movimento andrà avanti, non è affatto chiaro quale siano i suoi effetti a lungo termine. Occupy Wall Street è la riscossa del pensiero di sinistra dopo trent’anni di egemonia liberista o solo un sussulto movimentista destinato a lasciare tracce marginali di sé?
A sinistra sono in parecchi a pensare che siamo di fronte a un momento di svolta. In particolare l’economista Jeffrey Sachs sostiene (sul New York Times) che “Occupy Wall Street” è il segnale che il ciclo trentennale del reaganismo è ormai concluso e una nuova era sta sorgendo. Purtroppo Sachs non fornisce alcuna prova di questa affermazione ma si limita a fotografare in modo ovvio l’esistente: fin dagli anni Ottanta il reaganismo ha creato i presupposti perché le ineguaglianze aumentassero grazie a profondi tagli agli investimenti pubblici e la costante diminuzione delle tasse ai ricchi. Lo slogan fondativo di Occupy Wall Street (“Siamo il 99%”) rappresenta in modo sintetico il senso di un malessere collettivo che alberga nel cuore di milioni di americani (e non solo).
Secondo Sachs la storia degli Stati Uniti è come un pendolo che oscilla, con lunghi periodi storici caratterizzati da forti ineguaglianze seguiti da fasi in cui si sono imposte politiche di redistribuzione della ricchezza. Il primo movimento progressista esplose dopo la crisi finanziaria del 1893 (come reazione all’era dei “robber barrons”) mentre il secondo si sviluppò dopo la Grande Depressione degli anni Venti e diede vita al New Deal di Delano Roosevelt, a cui seguirono tre decenni di liberismo reaganiano durante i quali le diseguaglianze economiche sono aumentate a dismisura. Siamo dunque all’alba di una terza era progressista che porterà a una nuova redistribuzione dei redditi?
Sachs è convinto di sì, per almeno un paio di motivi. Primo: è indispensabile investire in servizi pubblici più moderni perché alcuni settori (ferrovie, istruzione, protezione ambientale…) sono stati abbandonati al degrado. Secondo: il clima di impunità verso la finanza fraudolenta è finito, e i giovani di Occupy Wall Street sono scesi in piazza per creare una nuova cultura di controllo democratico. E questa cultura sta contagiando azionisti, consumatori, studenti e così via.
Purtroppo Sachs non elenca le ricette per alimentare l’era progressista che sarebbe alle porte, né indica i moderni Keynes che dovrebbero fornire nuovi strumenti teorici ai governanti per uscire dall’epoca della dittatura di Wall Street. Il nuovo credo progressista si basa sul binomio “guinzaglio alla finanza” e “più tasse ai ricchi”. Un po’ poco per farne una piattaforma per la rinascita dell’Occidente.
Anche altri osservatori, ben più movimentisti di Sachs, faticano a definire la strategia politico-culturale di “Occupy Wall Street”. Toni Negri e Michael Hardt (che insieme hanno scritto “Impero” e “Moltitudine”) hanno pubblicato un breve saggio sul sito di Foreign Affairs nel quale si chiedono se Occupy Wall Street possa diventare “il processo costituente di una nuova democrazia”. Ma quale democrazia? I due studiosi mettono insieme i giovani di Zuccotti Park, gli indignati nelle piazze spagnole, quelli che occuparono piazza Tahir al Cairo e piazza Syntagma ad Atene (e così via) affermando che tutti questi movimenti hanno una caratteristica in comune: tutti si ribellano contro sistemi politici dai quali non si sentono più rappresentati, e questo perché la politica è ovunque diventata serva degli interessi dell’economia e della finanza. Ma qual è l’alternativa? Secondo Negri e Hardt la risposta è contenuta nella stessa organizzazione dei movimenti: moltitudini che si organizzano in assemblee senza leader e strutture partecipative dal basso.
I due studiosi sembrano suggerire che saranno proprio queste forme organizzative, questo fluire di SMS, tweets , post e interazioni su Facebook a creare l’ossatura del nascente sistema di rappresentanza: una nuova forma di democrazia reticolare basata sui network di comunicazione. Ma davvero è in corso un processo spontaneo per una nuova “costituente democratica” per mettere in discussione “la moralità del capitalismo finanziario”? Anche in questo caso, le conclusioni sembrano emergere più dal credo ideologico degli autori che dalla realtà.
C’è anche chi sostiene, semplicemente, che Occupy Wall Street sia una reazione speculare rispetto a quella dei Tea Party: la crisi economica più grave dagli anni Trenta induce l’estremizzazione della guerra tra le due culture che da decenni infuria negli Stati Uniti. Se una parte molti liberisti credono che tutto si risolva abbattendo lo stato sociale, dall’altra altri pensano che la soluzione sia mandare al rogo (metaforico) gli uomini di finanza. Entrambi i gruppi pensano che la soluzione del problema della crisi economica e della disoccupazione passi attraverso la realizzazione delle proprie ricette ideologiche.
Ma al di là dello sdegno per gli eccessi della finanza e degli slogan nei cortei non si vedono tracce di una nuova strategia progressista per raddrizzare la crisi economica che sta facendo traballare l’Occidente. Per ora il movimento Occupy Wall Street non fornisce le chiavi culturali per uscire da una crisi che colpisce l’Occidente intero, stretto da una tenaglia inesorabile: la globalizzazione che porta risorse e posti di lavoro versi i paesi in via di sviluppo e un’incessante innovazione tecnologica che rende obsoleto un crescente numero di lavori manuali e intellettuali. E non è un caso che la sinistra italiana sostenga l’ascesa di due uomini come Mario Draghi e Mario Monti, entrambi passati per Goldman Sachs. Per quanto seri, preparati e onesti, chi si può aspettare da loro una nuova strategia di sinistra che parta da una spallata al mondo della finanza?
Jeffrey Sachs può anche predicare che siamo all’inizio di un’era progressista, ma i germi culturali di questa nuova epoca ancora non si vedono. Non c’è una chiara visione di come l’Occidente possa uscire dalla tenaglia che lo sta strangolando. Una via progressista per rispondere a questi fenomeni non c’è ancora. E le ricette keynesiane di Obama sembrano solo pannicelli caldi. Occupy Wall Street è la febbre che segnala la malattia in corso, ma la medicina non c’è ancora.

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