Andrea Cinalli
Serialità ignorata
20 Novembre Nov 2011 1846 20 novembre 2011

Baltimora, specchio d'Italia

I tg non fanno che restituirci il quadro di un Paese saturo di nullafacenti, bamboccioni, incompetenti e furbetti, che le tentano tutte pur di sbarcare il lunario senza troppe stille di sudore. Il tutto celando patrimoni al fisco (i guadagni in nero, chissà perché, sono ritenuti una genialata degna del più scaltro affarista), e se proprio forzati dalle circostanze (messi alle strette da condizioni economiche ben poco rincuoranti) anche trastullandosi con attività illecite: le cronache brulicanti sui quotidiani insegnano. Ma siete sicuri sia una faccenda tutta italiana? Se la risposta è affermativa, beh, ci tocca scardinarvi alcune certezze.

Già, perché è sufficiente dare una scorsa a quel cult di The Wire – in particolare all’ultimissima stagione, che, sebbene impeccabilmente delineata, non ha riscosso gli stessi consensi delle first seasons – per capacitarsi della portata mondiale del fenomeno. Al telefilm targato HBO, trasmesso per cinque cicli dal 2002 al 2008 e piombato sotto i riflettori perché prediletto dal Mr. President Barack Obama, va attribuito il merito di aver portato sugli schermi tv la spregevolezza e la crudezza della realtà dominante nei ghetti di Baltimora – quella, per intenderci, fatta di spaccio di droga, omicidi su commissione e una crisi economica senza precedenti. Qui, i cittadini a zonzo per i quartieri malfamati alla spasmodica ricerca di un’occupazione che gli consenta di intascare una somma consistente, quanto basta per fronteggiare la settimana ventura, idolatrano gli spacciatori al vertice di temutissime organizzazioni criminose, che non mancano di offrire impieghi (illeciti, ma) remunerativi dimostrando un interesse per il bene della comunità che neppure i politici locali sono in grado di garantire. A Baltimora – perlomeno quella fittizia – i poliziotti incaricati di pattugliare le strade e vigilare le zone in cui si concentrano gli affari della malavita cittadina di fronte a illegalità commesse in loro presenza (ebbene sì, c’è pure chi spaccia incurante degli sguardi attoniti degli sbirri) sogliono chiudere un occhio – pure tutti e due – dietro cospicue ricompense. La legge può anche andare a farsi benedire. E se i malviventi si mostrano particolarmente generosi, come non ricambiare occultando le prove di un reato commesso in passato, vanificando gli sforzi profusi dai rari agenti disciplinati?

Tutto questo è The Wire, fotografia (pessimistica, ma estremamente realistica) di una società attanagliata dalla crisi e in balìa della criminalità. Niente posto per pietismi e finti buonismi: il crimine soverchia la giustizia, i forti sopraffanno i deboli. Se vuoi campare solo due possibilità ti si profilano: o ti schieri con gli inquirenti, o sei coi malavitosi. Ma la pelle – ad onor del vero – la rischi in ogni modo.
I punti di vista privilegiati dal racconto sono quelli di Jimmy McNulty, piedipiatti che, pur di mettere le mani sullo spacciatore che bracca da anni, inscena omicidi seriali sfruttando le morti accidentali dei barboni, in modo che il sindaco gli metta a disposizione detective e apparecchi sofisticati; spicca poi Lee Carcetti, il primo cittadino alle prese coi tagli sull’istruzione e sulle Forze dell’Ordine e il fantomatico serial killer da stanare; last but not the least nell’ultimo anno affiora anche la peculiare prospettiva di Scott Templeton, cronista del Baltimore Sun che inventa di sana pianta storie di barboni con la scusa di esaltarne “l’aspetto dickensiano” (come ricordano direttore ed editore, che lo difendono a spada tratta dagli attacchi del caporedattore). Insomma, non bastavano le nefandezze di polizia e fuorilegge: David Simon (il creatore) si è proposto di fare le cose in grande per l’ultimo capitolo, portando alle luci della ribalta anche la consunzione dei mass-media.
Un ottimo serial, dunque. Uno che certo non meritava di venire bistrattato dai palinsesti italiani (è ancora inedito in chiaro). D’accordo, forse i ritmi distesi non risulteranno granché appetibili al grande pubblico, non aiuteranno a entrare subito in sintonia coi vari personaggi. Ma tempo due episodi, e scocca la scintilla. Assicurato.

Che fine avranno fatto gli interpreti? Smessi i panni che li hanno consacrati sulla HBO, si saranno dati alla criminalità? Nossignore.
Il portentoso Dominic West è ora ingaggiato in una miniserie britannica imperniata sul giornalismo televisivo degli anni ’60 dal titolo The Hour; Sonja Sohn, l’operosa detective Kima Greggs riveste la parte di Samantha Greggs nel nuovo procedural di casa ABC, Body of Proof (recentemente sbarcato pure su Mamma Rai); Aidan Gillen, ossia l’egocentrico sindaco Carcetti, recita nell’altrettanto acclamata serie Game Of Thrones; mentre Thomas McCarthy, interprete del giornalista Templeton, dopo un’apparizione in Amabili Resti e nella pellicola apocalittica 2012, ha recentemente scritto e diretto la commedia cinematografica Win Win.
Okay, ora il dubbio è lecito: forti dei trascorsi in The Wire si saranno fatti strada a forza di minacce?

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