Giornalismo in Street View
23 Novembre Nov 2011 1702 23 novembre 2011

Caivano, Barra, Ponticelli e il più bel libro italiano del 2011

La storia di Parco Verde di Caivano, con la sua scuola media dove nessun professore vuole andare a insegnare e con quella preside che ogni mattina va in giro per il quartiere a prendere a casa gli studenti assenteisti, magari letteralmente buttandoli giù dal letto, mi ha fatto venir voglia di rileggere Insegnare al principe di Danimarca, di Carla Melazzini, ricostruzione sotto forma di diario dell'esperienza del "Progetto Chance".


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Ambientato, tra le altre, nella scuola media qui sopra, nel quartiere Barra, il Progetto Chance è stato ufficialmente un "corso di recupero della licenza media" per adolescenti di periferia, per restare alla definizione senza fantasia del sito del comune di Napoli.

In realtà, evidentemente, parliamo di un'altra cosa: e per capirlo basti leggere questa splendida testimonianza lasciata da Melazzini nel 2002, sette anni prima della sua morte. Un articolo in cui sono sintetizzati molti tra i temi e le storie presenti nel volume pubblicato quest'anno, a partire dai morsi sul volto (proprio così: morsi - e non siamo a Kabul) inferti alle ragazze di Ponticelli o San Giovanni a Teduccio ("il fidanzato può mandare in giro la ragazza con la faccia piena di morsi, così da sottrarla allo sguardo degli altri maschi, sfigurata dal marchio del possesso").


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Ma chi si aspettasse una semplice collezione di aneddoti drammatici più qualche spruzzata di buonismo e banalità del genere "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior", rimarrà deluso.

Insegnare al principe di Danimarca è un libro potente, imprevedibile, soprattutto mai compiaciuto: Melazzini si chiede continuamente se sta sbagliando, e cosa; se davvero vuole proseguire nel suo lavoro. Le pagine sul rapporto che ognuno di noi, nel suo profondo inconfessabile, ha con la questione della povertà, e con l'ostinata esistenza dei poveri, dall'Africa fino al palazzo accanto, sono spietate, scorrette, lucidissime.

Questo è un libro in grado di ridefinire le nostre capacità di giudicare il mondo. Categorie inflazionate, da "incredibile" a "tragico" a "eroico", trovano nuovo significato e pudore, proprio di fronte a queste ineffabili storie di casa nostra.

Non resta che chiudere con un passo della stessa Melazzini, da quello che è forse il più intenso, sconvolgente e rivelatorio libro italiano del 2011.

“Chiunque si prendesse la briga di venire in questi quartieri a verificare la maledizione di certi cognomi, che ricorrono di generazione in generazione, sempre gli stessi, scritti in rosso sui tabelloni dei bocciati, scritti in nero sui manifesti funebri recanti la sigla ‘è mancato all’affetto dei suoi cari’, riservata ai morti ammazzati, costui si leverebbe il vizio di elogiare il radicamento. Da che mondo è mondo chi ha la fortuna di sviluppare un’identità sufficientemente forte e autonoma cerca di sfuggire ai lacci di ogni ghetto, sociale, culturale o etnico che sia. Solo così è possibile conservarne e tramandarne le qualità migliori”.

Daniele Belleri

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