Una panchina, un libro
7 Dicembre Dic 2011 0747 07 dicembre 2011

Non c’è musica senza maestro

Namita Devidayal, La stanza della musica, Neri Pozza, 2009

“La musica è un aspetto così intrinseco alla vita familiare indiana che è frequente dare ai propri figli il nome di un raga (Kalyani, Ragamalika, Sahana). La musica può essere un rifugio, un percorso spirituale o qualcosa di cui si ama parlare, discutere e persino dibattere, facendo mostra delle proprie conoscenze musicali. Se in famiglia c’è una ragazza che sta imparando la musica, potete star certi che tutti quelli che la incontrano le chiederanno del nuovo raga Kriti che ha imparato, se si sveglia presto al mattino per gli esercizi vocali e se è riuscita a partecipare all’ultimo concerto Jayashri. La musica (in India n.d.T) è in qualche misura un grande strumento di eguaglianza e appartiene a tutti quelli che io conosco qui. “


Con queste parole postate su Goodreads, una lettrice indiana, che si firma Lilyrose, ci spiega abilmente e sinteticamente il contesto in cui nasce questo libro autobiografico di Namita Devidayal – classe 1963, laureata a Princeton e giornalista del Times of India. E’ importante capire questo aspetto (e stupisce che l’editore non vi faccia accenno nella presentazione del libro) per apprezzare appieno la narrazione di Devidayal, che altrimenti potrebbe sembrare circoscritta alle tradizioni di una piccola èlite della società indiana. Certo, questo tributo al linguaggio universale della musica non è la materia cui la letteratura indiana contemporanea ci ha abituato. A differenza dei romanzi di autori indiani meglio conosciuti in Occidente ( per esempio, Arundhati Roy, Kiran Desai , Aravind Adiga , Vikram Chandra) incentrati sugli aspetti più inquietanti di quella complessa società – corruzione, gangsterismo, criminalità, povertà , discriminazione, lotta religiosa - le pagine di questo libro ci fanno entrare, esattamente come fece la piccola Devidayal a sette anni, in un mondo di pace e serenità. Un mondo in cui il rapporto fra allieva e maestra non si limita alla costante ricerca della perfezione e a superare una selezione durissima, ma si sostanzia anche in un forte legame emotivo, quasi una dipendenza reciproca, senza la mediazione di libri, scuole e aule didattiche .


La stanza della musica descritta da Devidayal si trova in un quartiere malfamato di Bombay. E un locale spoglio se non fosse per gli strumenti musicali antichi e l’altarino con le statuette colorate delle divinità indù. E’ lì che vivono Dhonduthai, la guru di Devidayal, e la sua anziana madre Aya. E’ lì che Devidayal, proveniente da una famiglia della media borghesia indiana, si reca settimanalmente per le lezioni di canto. L’autrice appartiene a una generazione che vive con intensità il contrasto fra modernità e tradizione – gira con l’i-pod nelle orecchie, ma non si perde un concerto dei tradizionali raga; si abbandona al mondo della musica classica indiana, dominato dal binomio perfezione e ossessione, ma è anche attirata dagli stimoli di una cultura contemporanea più aperta, più globale e meno autoreferenziale. Quest’ultima è la strada che sceglierà a diciassette anni, di fronte alla prospettiva di dedicare tutta la vita al perfezionamento musicale. Va a studiare negli Stati Uniti, dove però non tradisce le sue radici musicali , e soprattutto la sua guru, che rappresenterà un punto di riferimento fondamentale per lei anche dopo il ritorno in India.


Devidayal intreccia gli scarni dettagli della propria autobiografia con due storie ben più particolareggiate: quella della propria maestra, Dhonduthai, che sacrifica la propria vita in nome di un’eccellenza che non le darà mai il successo; e quella di Kesarbai Kerkal, la guru di Dhonduthai, che invece divenne una delle più famose voci indiane. La narrazione, farcita di episodi e aneddoti, non risulta né stucchevole né noiosa, anche per chi come me, non ha alcuna dimestichezza con la musica indiana. La scrittrice riesce infatti nell’impresa di fondere i particolari storici con quelli sociali, aprendo uno squarcio su una realtà affascinante e poco nota in Occidente. E se si entra nello spirito del libro, l’effetto- specie di questi tempi - può essere estremamente rilassante, oltre che istruttivo.

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