Eta (senza Beta)
8 Dicembre Dic 2011 1752 08 dicembre 2011

KLEIST, LA RICOMPARSA DI UN GRANDE

Colla recente (settembre 2011) edizione, nei “Meridiani” Mondadori, delle Opere di Heinrich von Kleist, a cura di Anna Maria Carpi, il lettore italiano ha finalmente a disposizione pressoché l’intera opera del grande drammaturgo e narratore tedesco, nato nel 1777 e morto suicida nel 1811 (il 21 novembre), insieme a Henriette Vogel, sul Wansee, tra Potsdam e Berlino. In effetti, come informano la Nota all’edizione (pp. XCI-XCII) e la Bibliografia (pp. 1332-1333), ci si trova qui di fronte a un’impresa che non è mai stata tentata prima d’ora. Tutta la multiforme attività di Kleist è qui rappresentata (per la maggior parte in veste integrale, in altri casi secondo il criterio dell’amplissima scelta, sempre mantenendo fermo il principio della completezza del singolo testo), con esclusione delle lettere; mancanza però risarcita dalle generose citazioni da esse che costellano l’introduzione (larghe di squarci magnifici sul Kleist epistolografo), la cronologia, i varî apparati. Uno sforzo così titanico non poteva che essere esito di fatica comune (anche nel settore delle traduzioni), sulla quale veniamo sempre doverosamente informati. Il volume è comunque frutto della collaborazione tra Anna Maria Carpi, che ha curato introduzione, cronologia e brevi ma penetranti saggi sui singoli testi (sezioni tutte splendide per la scrittura limpida e ariosa, che ci immette senza sforzo ma in profondità nel mondo di Kleist) e Stefania Sbarra, cui si devono, oltre a importanti notizie sui pezzi, gli esaustivi commenti a essi e l’ottima bibliografia.
Al lettore italiano Kleist è noto per lo più come drammaturgo, soprattutto in campo tragico, di grandezza indiscussa. Meno noto è invece il commediografo, che qui si può gustare in due deliziosi pezzi, La brocca rotta e Anfitrione. Non si potrebbe pensare a due soggetti più diversi, eppure la mano infallibile dell’autore ci fa riconoscere che tanto nell’ambientazione realistica e contadina del primo che in quella regale e pseudo-sublime del secondo (e per una volta con allusiva lievità) si giuoca il nodo che lo arrovella, quello della sempre irraggiunta fiducia tra i sessi. Troppo poco noto ancora (rispetto agli effettivi meriti) è, con poche eccezioni, il Kleist narratore (l’eccezione qui essendo rappresentata dalla Marchesa di O…), e il saggista (anche qui con un’eccezione, Il teatro delle marionette). Infine del tutto ignota, tranne che agli appassionati e agli specialisti, l’attività del giornalista, finalmente ammirabile in pieno.
Dovendo segnalare qualcosa, direi che proprio nel settore dei racconti e dei saggi si annidi il Kleist migliore. Per apprezzarne l’eccellenza bisogna però disporsi nel modo giusto. Kleist è per definizione autore paradossale, e bisogna ridurre le richieste di razionalità e verosimiglianza, se si vuole gustarlo fino in fondo. Ciò vale da tutti i punti di vista, compreso quello della semplice sintassi, talmente ingolfata da forzare le barriere della lingua (in un idioma come quello tedesco!) e indurre spesso un senso di vertigine; c’è perciò di che essere grati a chi è riuscito, come accade in questa edizione, a venirne a capo vittoriosamente e insieme rispettosamente. Ma vale soprattutto sul piano dei nessi logici. Si prendano pure i racconti: dalla rotta di collo del capolavoro assoluto, il Michael Kohlhaas, alla citata Marchesa di O…, all’illusorio idillio dopo la catastrofe del Terremoto nel Cile, alla allucinata sequenza del Fidanzamento a Santo Domingo, alla matassa del Duello, il lettore è gettato in balìa di accadimenti frenetici talora immotivati. A un ordine narrativo classicamente lineare Kleist oppone la frammentazione concitata di un cosmo sconvolto e minacciato, quando non esplicitamente dominato, dal buio (più raramente dall’illuminazione) del caso. Non per niente i punti di svolta del racconto sono introdotti da proposizioni temporali («quando a un tratto», «ma ecco che», «proprio in quel momento», ecc.) che sottraggono agli esseri umani l’esercizio dell’azione programmata, gettandoli in un imbuto senza scelta. E non per nulla quello che si perde in successione interpretabile di fatti deve essere recuperato in condensazione di gesti simbolici, rappresi nei particolari più insignificanti (ricorrente quello del personaggio che getta uno sguardo, per lo più inane, dalla finestra).
Del resto che Kleist recalcitri a una lettura “razionale” del mondo è visibile, in forma altrettanto insistita, nei suoi saggi. Qui mi sento di suggerire la lettura di uno dei più sorprendenti, Sulla graduale produzione dei pensieri durante il discorso, che, in contrasto con i precetti della retorica classica, legge positivamente qualsiasi irruzione di argomenti esterni, tanto più se dovuta all’intervento altrui: «[…] nulla mi è più salutare», scrive Kleist, «di un gesto di mia sorella che parrebbe volermi interrompere; infatti, il mio animo già affaticato viene acceso da quel tentativo esterno di sottrargli la parola di cui è in possesso, e la sua abilità, come un grande generale all’incalzare degli eventi, ne risulta rafforzata» (p. 991). L’irrompere del caso, per una volta, non annuncia solo tempesta. Ma il mondo di Kleist è sempre sull’orlo della frana prodotta da quel dio. È celebre la frase di Einstein: «Sembra difficile dare una sbirciata alle carte di Dio. Ma che Egli giochi a dadi […] è qualcosa a cui non posso credere nemmeno per un attimo». Kleist, avesse potuto, gli avrebbe dato torto.

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