Marta che guarda
13 Dicembre Dic 2011 1552 13 dicembre 2011

The Artist, di Michel Hazanavicius

In tempi in cui al cinema imperversano filmoni in 3D da vedere indossando odiosi occhialini, e dove gli attori recitano con sensori disseminati su tutto il corpo per apparire poi sul grande schermo come scimmie, hobbit o robot multitasking, decidere di fare un film muto in perfetto e coltissimo stile Anni 20 è una scommessa quantomeno azzardata.
Scommessa vinta e stravinta, però, dal regista Michel Hazanavicius, che con The Artist ha conquistato prima i seriosi critici di Cannes e poi anche gli spettatori normali, che accorrono a vedere un musical a base di tip tap, dove non si pronuncia neanche una parola (a parte “azione” e un altro paio che non ricordo), ma si ride molto, con grazie ed eleganza.
Il segreto di questo successo sta, credo, nell’eccezionale talento degli attori. A cominciare dallo strepitoso Jean Dujardin, che interpreta George Valentin (!), amatissima star del cinema muto che finisce in disgrazia con l’arrivo del sonoro, passando alla bellissima Bérénice Bejo, che dopo questo film sono tutti innamorati di lei almeno quanto il povero Valentin, per arrivare al mitico James Cromwell, servitore fedele, a John Goodman, produttore affarista ma sensibile a due occhioni dolci, fino a un inaspettato Malcolm McDowell, che prova da anni a far dimenticare Arancia Meccanica e forse qui ci riesce.
È Dujardin, soprattutto, che incanta esibendo in modo convincente quel ventaglio di espressioni del volto necessario nei film muti quelli veri, ma che oggi renderebbero ridicolo chiunque tranne lui, capace di essere gigione quando serve, affascinante quando deve, disperato quando non ha altra scelta.
La storia, romantica, non ha pretese di originalità: la morale è ancora quella, con l’Amore che ti salva in extremis, e poi vissero per sempre felici e contenti. Ma va bene così.
Resta però il gioco di scommesse che ruota intorno a questo film: quella vincente del regista e quella perdente di George Valentin, irremovibile nella sua convinzione che il sonoro non avrà futuro. Perché in fondo quello che conta, nella vita, è giocarsela. Comunque.


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