Andrea Cinalli
Serialità ignorata
15 Dicembre Dic 2011 1232 15 dicembre 2011

Thriller che segui, Laura Palmer che trovi

Una ragazza scomparsa senza lasciar tracce, al seguito solo un bagaglio di sotterfugi e menzogne: ecco come i thriller di nuova generazione omaggiano il capolavoro di Lynch

Avvenente, popolare, affabile, ma anche tanto, tanto perversa: sono i tratti in comune delle vittime liceali protagoniste delle murder series, racconti televisivi che privilegiano l’indagine della scomparsa – e dell’eventuale assassinio – di un personaggio apparentemente placido e pacato la cui maschera di rispettabilità, con l’avanzare della stagione tv e il susseguirsi di prove che ne attestano il coinvolgimento in loschi affari, finisce per incrinarsi rivelando come tanto vittima poi non era. Una formula ormai collaudata che per essere adattata di volta in volta a nuove ambientazioni – immancabilmente cupe e gotiche – e a nuovi personaggi – immancabilmente inquietanti – richiede perizia, talento affinato e previsione dei turning points e delle inversioni che andranno a rimpolpare la struttura narrativa. Una formula, dunque, che non poteva non essere messa a punto dal Re Mida del cinema visionario, ovvero David Lynch. Il trend del crime serializzato – non più solo procedurale – è esploso proprio con Twin Peaks, la serie (che qualificare come mero poliziesco sperimentale è certo impreciso) è stata in grado di instaurare un solido rapporto di fidelizzazione coi telespettatori, che elettrizzati si presentavano puntuali ogni settimana all’appuntamento con tv e divano. Come Dallas, che l’ha preceduto di qualche anno, ha saputo instillare nei telespettatori una tale curiosità che neppure il feuilleton di fine ‘800 è stato in grado di generare. E si sa: dove c’è audience, c’è denaro sonante. Poteva allora Hollywood lasciare che Twin Peaks finisse nel limbo dei serial prematuramente cancellati senza rispolverarne gli ingredienti del successo? Nossignore.

Ecco allora che nel 2004 fa capolino nel non tanto florido palinsesto di UPN – rete tv che per inciso ora è scomparsa, accorpata alla vecchia WB Shield – Veronica Mars, serial costruito attorno alla figura di Veronica, brillante liceale che nel tempo libero si trastulla con l’investigazione dell’omicidio dell’amica Lily. Okay, non figureranno dimensioni oniriche con tanto di nani ballerini e non ci sarà neanche una presenza demoniaca che alberga in uno dei personaggi, ma è certamente debitore di Twin Peaks per via delle brillanti soluzioni stilistiche con le quali ha spalmato le investigazioni della “minidetective” in un arco di 22 episodi, fino a giungere al magistrale colpo di scena in cui il colpevole è inchiodato con buona pace dei telespettatori.
Nel 2007 è la volta di Vanished di (almeno tentare di) raccogliere l’eredità del serial lynchiano. E assolve all’arduo compito elaborando una trama da cubo di Rubik: qui tutto gravita attorno alla scomparsa (occhio, niente omicidio) di Sarah Collins, neosposa del senatore della Georgia. Chi avrà mai ordito una simile malignità? Ai danni di chi poi, del senatore Collins? Questi gli interrogativi che affiorano sin dal pilota e riecheggiano nella mente dei viewers per i 13 episodi di cui consta il telefilm. Puntate nelle quali gli autori ci trascinano – e intrappolano – in una ragnatela di sotterfugi, rendendo ormai evidente che anche la sorridente e carismatica Sarah Collins nasconda uno scheletro nell’armadio: un figlio illegittimo di cui neppure il maritino è a conoscenza.
Peccato che l’implacabile scure della cancellazione si sia abbattuta anche su questo show di indubbio appeal e come per Twin Peaks, non tutte le domande hanno avuto risposta. A nulla sono valse le proteste dei fan: la CBS proprio non ha voluto saperne di rivitalizzare una serie che non incassava buoni risultati. Almeno si son potuti rincuorare con l’happy ending che vedeva la donna fra le braccia dell’ex fidanzato, del quale era ancora innamorata. Un po’ come è accaduto agli adepti di Lynch col film prequel Fuoco Cammina Con Me nel cui epilogo Laura Palmer, libera dal peso del peccato, può finalmente ascendere alla dimensione celeste, accolta da un angelo.

A colmare il vuoto lasciato dalle precedenti produzioni è Pretty Little Liars, che dalla scorsa estate conduce gli americani in quel di Rosewood, piccolo centro vicino Philadelphia in cui si annidano torbidi segreti, tutti in qualche modo correlati al brutale assassinio di Alison DiLaurentiis, puntigliosa e saccente liceale il cui cadavere viene rinvenuto a un anno dalla sparizione. Cosa rende la serie così appetibile? Il punto di vista delle amiche, alla Veronica Mars maniera. Amiche che nella settimana che precede il ritrovamento del corpo ricevono sms da una misteriosa A. (Alison?) contenenti segreti che solo la defunta amica poteva conoscere. Il problema sorge quando i messaggi continuano ad arrivare anche dopo il funerale… Che dietro l’omicidio ci sia lo zampino di A.? Ma chi è tale A.? Com’è possibile sia al corrente dei più sordidi segreti delle protagoniste fino al più infimo dettaglio? E – soprattutto – cosa vuole dalle liars?
In verità quest’ultima questione sembra trovare soluzione nel corso dei vari episodi, in cui pare che A. meditando vendetta per vicende passate, voglia impartire una lezioncina alle quattro amiche e le obblighi così – sotto ricatto, of course – a mentire e a umiliarsi. Persino dinanzi a famigliari e rispettivi boyfriend. Da qui però fiocca un’altra domanda: fino a che punto si spingerà la follia di A.?
Una serie sui generis, tale Pretty Little Liars, capace di coniugare temi frivoli – caratteristici delle tipiche serie per teenager – a veri e propri rompicapo dal gusto crime. Accontentati, dunque, in un colpo solo ragazzine smaniose di intrighi e problemi di cuori e gli orfani di Lost in cerca di un valido erede su cui stare a cavillare ed elaborare teorie.

Ancora più dark le atmosfere di The Killing, adattamento yankee del celebre Forbrydelsen danese. Sullo sfondo di una cupa e piovosa Seattle, si consuma il dramma di una famiglia come tante, i Larsen, che perdono la diciassettenne Rosie in circostanze avvolte nel mistero: poche tracce, nessuna valida pista da seguire, solo l’auto in cui la giovane è stata occultata ripescata da un lago. Alla diplomatica detective Sarah Linden il compito di sbrogliare la matassa coadiuvata dal non tanto fido Holder… Anche qui, come in Pretty Little Liars – e l’apripista della tendenza è guarda un po’ Twin Peaks – è amplificata la sensazione che tutti possano rivelarsi colpevoli, che tutti non abbiano fatto altro che rifilare menzogne nel corso degli episodi, che ogni sorriso accennato sia sintomo di colpevolezza.
E in Italia? La regista Monica Vullo non se n’è stata con le mani in mano e, forte del successo delle produzioni statunitensi, è riuscita a ottenere il via libera per la realizzazione di una serie tutta sua coi soliti volti della serialità nostrana. La fiction in questione è Dov’è mia figlia? e ha debuttato l’11 settembre in prima serata sull’ammiraglia Mediaset. Nel cast, Claudio Amendola e Serena Autieri, che dopo tempo immemorabile si cimentano in un ruolo drammatico.
Protagonista è Claudio, brillante ingegnere il cui caro collega muore assassinato e che nel frattempo si adopera nelle ricerche della figlia 16enne che non ha più fatto ritorno a casa dalla festa di compleanno in un locale romano.
Le premesse per sfondare e tenere testa alle serie d’oltreoceano c’erano tutte. Sarà riuscito a raccogliere l’eredità di Twin Peaks? La risposta verrebbe spontanea, anche se il beneficio del dubbio lo concederemmo volentieri. Giusto perché, in periodo natalizio, siamo tutti più buoni…

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